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martedì 14 ottobre 2025

Giocavamo a Achei e Troiani

 Noi che giocavamo a "Achei e Troiani"

I classici non si studiano più, o se ne fa una favoletta semplificata come accade per l'Iliade, l'Odissea, l'Eneide.
Eppure come sfuggire all'evidenza delle correlazioni tra l'oggi e il mito che trasforma la storia in narrazione?
Penso alla corrispondenza tra i Canti che narrano estenuanti assedi e stragi senza pietà, duelli e scempi di corpi, seduzioni e incantamenti che fanno perdere la rotta, astuzie volte al male, filtri e incantamenti che stravolgono la ragione e il giudizio.
Come non ammettere che sembra quasi che tutto, ma proprio tutto sia stato già detto, scritto e cristallizzato dalla Poesia e dall'Arte e che oggi invece si cancellano spudoratamente memorie, si anestetizzano sentimenti, si deviano la ragione e il senso critico verso fruizioni banali ma violentemente suggestive?
Già in Prima Media si studiavano a memoria i canti di Omero, e ricordo che giocavo, in una ingenua e forse patetica formazione di ragazzini divisi bande a "Achei e Troiani", con scudi di cartone e spade di pezzi di legno. 


Ho ancora davanti a me lo scudo di cartone del mio "capo", si chiamava Sergio, quello che impersonava Achille ...
Ma soprattutto ho ancora nella mente il pianto di Ecuba e l'abbraccio di Andromeda, l'umiliazione di Priamo, il trionfo crudele di Achille.
Confesso di aver imparato molti sentimenti anche giocando a Achei e Troiani.
Erano bei pomeriggi per strada, con il viso rosso per la tramontana che scendeva dai monti Cimini, mentre l'Italia ricostruiva le sue case.

Già. Quelli erano giorni da vivere come dissetandosi a una fonte purissima.

sabato 21 febbraio 2015

Ginocchia graffiate

Sono pomeriggi in cui mi vien voglia di ripensare a quando avevo più spesso le ginocchia graffiate, bendate e incerottate che non sane e scattanti.
Poche storie a quel tempo: si giocava per ore ed ore all’aperto, e se cadevi erano sassi e polvere che ti ferivano e le disinfezioni erano due: alcool o acqua ossigenata, ambedue bruciavano da morire; poi una bella strofinata d’ovatta e un giro di garza intorno al ginocchio.
Subito dopo via in fuga a giocare di nuovo: la stanchezza questa sconosciuta.
E niente palestre, niente piscine, parchi attrezzati o campi da tennis o calcetto: intorno alle nostre case di ragazzini del dopoguerra crescevano altre case e si correva tra pezzi di terreni attrezzati a cantieri edili. Cani che correvano abbaiandoci dietro e gatti che si nascondevano sotto i mattoni per non essere presi.
Spesso l’avvertimento era: attenti alla buca della calce viva! Una grande buca squadrata era infatti attrezzata all’interno dei cantieri, era bianca e burrosa, ma la dicevano pericolosa. E certamente non era il caso di caderci dentro.
Si giocava spesso divisi in bande: Achei e Troiani ad esempio, oppure semplicemente la banda di Sergio e la banda di Massimo. Gare di caccia ai girini, ai saltapicchi, alle lucertole; gare in cui eccellevo; oppure partite di pallone a cui noi femmine ottenevamo con molta difficoltà l’accesso. Di solito le femmine giocavano alla sarta, a bottega, a campana, a palla prigioniera, a un-due-tre stella. Ma io preferivo incassare qualche formidabile pallonata e rimanere fieramente, se mi accettavano, tra i calciatori.
Se poi prendevi una sberla o uno spintone te lo tenevi, se cadevi e ti sbucciavi i gomiti o le ginocchia si sputava sopra i graffi : la saliva disinfetta! E cercavamo di non farci vedere dalle mamme affacciate alle finestre perché il “torna su a disinfettare” avrebbe avuto come conseguenza l’esser poi trattenuti a casa. L’immagine delle mamme incorniciate dalle finestre temo che si sia perduta con la loro voce: torna su, è tardi! Anche lei.
Però se ci ripenso le rivorrei quelle ginocchia sbucciate, sputate, e poi disinfettate trattenendo le lacrime e scuotendo la testa: no, torno a giocare.
Vuoi mettere?

giovedì 12 aprile 2012

Mia zia maestra


Noventa Vicentina negli anni cinquanta


Lei era alta e ben formata, io me la ricordo coi capelli grigi, ma nei suoi occhi brillavano intuizioni, ironia ed interesse per l’interlocutore. Mi piaceva molto e le volevo bene. Nella grande famiglia veneta, di mio padre, lei era la figlia maggiore: un riferimento importante per tutti. Ma per me era anche la zia maestra: un modello, un’autorità. Una che aveva sempre la risposta giusta, a volte una sentenza affilata a volte una dolcissima esortazione.
Come si diventa insegnanti? Anche così: con una zia maestra capace di trasmettere, quasi emanandola, la dignità di un mestiere che vuoi diventi anche il tuo.
E capisci che quel mestiere dà un senso non solo a una vita, la tua; ma dona anche ad una intera comunità una presenza di stile e sapere, senti che può arricchire il comune patrimonio di tradizioni, di scoperte quotidiane, di esperienze.
Palmira viveva a Noventa Vicentina ed ha insegnato quarant’anni nelle scuole del vicentino; quarant’anni che hanno compreso il fascismo, la seconda guerra mondiale e quella che adesso si chiama anche “guerra civile” ma che noi a casa chiamavamo la Resistenza.
Allora e negli anni seguenti la zia Mira ha fatto la maestra elementare.
Erano tempi in cui a un’insegnante si dava solo del lei.

Chi si era seduto nella sua classe, tra quei banchi che lei voleva allineati ed ordinati, si sentiva scolaro della Maestra F... (*) per sempre; e lei era “la signora maestra” per tutta la vita, anche per le famiglie.
Non è un eufemismo ricordare quanto duri siano stati quei tempi, ma nessuno l’ha mai sentita lamentarsi.
Tanti i suoi insegnamenti per me, ma il più importante per me è stato ricordarmi che ogni pomeriggio lei preparava le sue lezioni per il giorno dopo.

Ogni pomeriggio di tutta la settimana, di sei giorni su sette.
Non diamolo per scontato. 

giovedì 15 marzo 2012

Visita di studio alla Galleria Borghese


 "Ma che te li porti dietro a fare? Io non vado certo con gli alunni a visitare una mostra o una galleria, e tanto meno a teatro" mi dice la collega sobria e austera, loggionista, che non si perde una rappresentazione nemmeno se le viene la scarlattina; "beati voi di lettere che andate con le classi ai Musei e non pagate il biglietto" afferma il collega Varani-Grassi che racconta di aver visitato in Umbria tutte le mostre e le opere del divin Perugino mentre omette (eppur si vede!) di aver gozzovigliato tra cantine e caciotte,  salsicce  e pizze rustiche. "Ma come, escono un’altra volta? e io quando li interrogo?" geme la Sonaglini che programma tre compiti in classe alla settimana, Pasqua e Natale inclusi; "Questi li hai già accompagnati a teatro e adesso alla Galleria Borghese? Hanno avuto già troppi diversivi.", "Capace che poi pensano che la scuola è Bengodi..." conclude Alfredo, il prof di Elettronica, vagheggiando fra sé che magari a Bengodi c’è posto anche per lui.

E’ vero; li ho portati a teatro ed ho passato la mattinata in piedi passeggiando lungo le file delle poltroncine, come un vigilante nevrotico, perché ogni volta che si abbassavano le luci si udivano fischi, sghignazzate e versi intraducibili. Fortunatamente mi ha accompagnato Gabriella e insieme abbiamo controllato due classi. E’ stato necessario anche far capire che non si possono mettere i piedi sullo schienale delle poltrone della fila antistante, che non si fanno squillare telefonini, che non si mangia popcorn, né patatine al formaggio o al bacon che tra l’altro appestano l’aria con esalazioni da cibo per foche.
Frasi del tipo: "Ma che ce li porti a fare, in classe devono stare..." mi vengono appresso da una vita; e non mi sono troppo turbata nemmeno quando ho chiesto l’autorizzazione all’uscita e in Vicepresidenza, dove erano del consueto umore acidulo, mi hanno domandato "E chi ti sostituisce nelle altre classi?". Sempre per il solito motivo che nel corso A telematico non ci vuole andare proprio nessuno, nemmeno per una supplenza.
Non ho trovato la forza di polemizzare; e quindi ho ripercorso a memoria il tempo già perso in telefonate per la prenotazione, che si doveva chiedere con parecchie settimane di anticipo, la corsa fatta uscendo da scuola per trovare la banca aperta, la fila fatta allo sportello per versare, tramite il necessario bonifico, l’importo dei biglietti dei ragazzi, il fax di conferma dell’avvenuto bonifico, da allegare in fotocopia al fax che ero riuscita ad ottenere di inviare dalla segreteria in cambio di espressioni di infinita gratitudine. Dopo tutto non mi aspettavo ringraziamenti, ma nemmeno resistenze.
Ho dunque ascoltato l’obiezione assumendo un’aria svanita, ho glissato e… hanno ceduto.
Siamo andati. Ai ragazzi che preferivano essere accompagnati da me ho dato appuntamento alle otto davanti a scuola, agli altri, invece alle nove direttamente a Villa Borghese, davanti all’ingresso della Galleria.
A scuola sono comparsi solo i due Davide, gli altri sono andati per conto loro: qualcuno in motorino, ma molti con i mezzi pubblici.
Quando sono arrivata erano più o meno tutti già lì; sedicenni felici per la gita e per essere fuori al sole. Si sono sparsi nei prati di Villa Borghese smagliante nei verdi primaverili delle siepi sempreverdi, dei pini mediterranei, dei lecci, dei lauri, dei cipressi, dei platani, compresi quelli colossali piantati all’epoca del cardinale Scipione. Respiravano insolenti l’aria fresca e forse ne percepivano il profumo, anche se per tutti loro le piante sono soltanto e comunque alberi o fiori e non sanno distinguere un salice piangente dall’albero di Natale.
Mi hanno fatto notare "Ha visto, siamo venuti, siamo stati di parola." Dicevano così perché qualcuno è anche disposto ad anticipare i soldi del biglietto, ma poi vorrebbe considerarlo il giusto prezzo pagato per una mattinata di libertà, di non scuola.
Così ci siamo messi in fila all’ingresso;  ma quasi tutti avevano lo zaino e il casco che hanno dovuto consegnare al guardaroba mentre sospettosi mi chiedevano: "ma ce li ridanno poi?"
Si è quindi presentata la nostra guida: giovane, carina, professionale ed ostile. Mi sono chiesta come si fa ad avere ventitre o ventiquattro anni ed essersi già dimenticati di averne avuti sedici o diciassette.
Mi ha comunicato che sarei stata considerata responsabile per eventuali vandalismi causati dai miei studenti che, essendo di Istituto Tecnico, erano certamente meno preparati e sensibili di quelli del Liceo Classico.
Responsabile in che senso? Con quali mezzi avrei potuto eventualmente risarcire un danno, pur minimo o virtuale che fosse, causato nel visitare le opere del Canova e del Bernini, del Correggio, di Tiziano e Raffaello? E perché poi avrebbero dovuto danneggiare alcunché?
Infatti durante la visita non hanno quasi fiatato. Si appoggiavano l’un l’altro per non toccare nulla, trascinavano i piedi, e guardavano rilassati  gli splendori delle architetture, dei quadri, delle sculture. In realtà Ugo ha cercato di sfiorare qualcosa, una giovane giapponese molto graziosa incrociata per caso e troppo presa dal suo baedeker nipponico per badare a lui.
"Ragazzi piano; state vicini, non toccate nulla, non potete sedervi: sono arredi antichi." E, mentre la guida, veloce e schematica, ripeteva la sua lezione standard, chiedevo sottovoce a Fabio e Adriano, alcuni dei quasi umani: "Ricordi? abbiamo parlato della passione che nasce nel Rinascimento per il collezionismo d'arte e per il mondo antico; guarda i marmi e i soffitti affrescati. Il cardinale Scipione Borghese ha costruito queste stanze proprio per raccogliere i suoi tesori artistici: quadri, sculture, reperti romani... Che ne pensi di queste opere?", "Bello. Ma troppa roba", mentre Ugo che aveva inteso la domanda chiosava "Io mi venderei tutto; chissà quanto ci farei!"
E tuttavia due o tre di loro tentavano di interagire con la guida, proponevano qualche ingenua domanda e poi mi sussurravano "Mi sono interessato, non le faccio fare brutta figura!"
Non so se si debba credere che il contatto con il divino dell’arte innalzi e trasformi le menti e le anime; ma questo non è accaduto a quelle dei miei studenti; probabilmente se Orfeo in persona avesse suonato per loro avrebbero, al più, quasi civilmente sbadigliato o, alla peggio, ridacchiato.
La visita era terminata e non sembravano per nulla trasfigurati da tanta sublime bellezza, né hanno mostrato di aver percepito che avevano potuto accedere, senza attese, ad un luogo frequentato con  rispettosa meraviglia da visitatori di tutto il pianeta.

Però mi si sono affollati intorno chiedendo speranzosi : "Ha visto come ci siamo comportati bene? ci porta ancora fuori in gita? Adesso possiamo andare?"
Abbiamo riscattato gli zaini, i caschi e qualche giubbotto e poi subito fuori, al sole sul Piazzale del Museo Borghese e lungo la via dell’Uccelliera.
"Ragazzi come tornate?", "Con l’autobus… perché non viene con noi?" Era un loro modo per trasmettere un segnale affettivo generico, e tuttavia di partecipazione alle mie imprese.
Abbiamo riattraversato i prati lungo i viali già corsi al trotto moderato dalla carrozza di D’Annunzio/Sperelli e siamo arrivati sulla via Pinciana.
Davide P, il più alto, ha avvistato un autobus "Arriva il 910"  e subito infatti cominciava a recitare, come una litania vespertina l’itinerario completo del 910, compresi i capolinea, le fermate intermedie di andata e ritorno nonché le intersezioni con la metropolitana : "Mancini, Pinturicchio, Pannini, Melozzo da Forlì, Vignola, Tiziano, Pitagora....Rossini, Mercadante, Carissimi,….XX Settembre, Repubblica/metro A, Termini/metro A, B, e FS "…
Esibizionista, puntiglioso e maniacale Davide sa a memoria tutti i numeri e gli itinerari di tutti i mezzi pubblici di Roma.
Mauretto, invece, si era fomentato come al solito e strillava: "Correte saliamo, ci porta a Termini e poi prendiamo la Metro, venga venga pressorè!" Siamo saliti tutti insieme. Loro si sono infilati da qualsiasi porta aperta, senza inibizioni.
L’autobus era quietamente affollato da passeggeri diversi, e alcuni verosimilmente provenivano dai quartieri eleganti e signorili, (Pinciano, Parioli) collegati dalla linea. Signori distinti con l’eterno Burberry e signore in tailleur sportivo da cui si percepiva la costosa fragranza eau de parfum malgrado l’odore chimico dell’autobus, pensionati con l’ombrello nonostante il sole e alcune colf colorate e bene abituate che bisbigliavano in tono acuto, ma sottovoce tra di loro o al telefonino. L’ingresso dei miei ha causato una reazione immediata ed automatica di fastidio contenuto; sopraccigli inarcati, labbra piegate, sventolio di giornali e battiti nervosi di nocche guantate; qualche borsetta è stata più strettamente impugnata o serrata sotto morbide ascelle cachemirate, qualche orologio infilato sotto polsini fermati da gemelli cesellati. Non erano armati, non mordevano, non erano infetti; ma era come se avessero, tutte insieme, queste ad altre prerogative disgustose: non erano omologati. Loro invece erano evidentemente a proprio agio; si sono sistemati distribuendosi per tutto l’autobus, ma ne hanno occupato preferibilmente la parte centrale dove si sono seduti sui pochi posti liberi ammassandosi ai finestrini che hanno subito aperto come fanno sempre quando entrano in classe e spalancano le finestre, anche se fuori gela. Eccitati dal ritrovarsi tutti insieme hanno cominciato a sbraitare e a lanciarsi le solite battute mentre Davide P. imitava le voci dei professori e ripeteva le abituali frasi usate per imporre il silenzio. Ciò li ha ancora più accesi, ed hanno cominciato a cantare di tutto: da "Ma che ce frega ma che c’importa se l’oste ar vino ci ha messo l’acqua" agli inno per la Roma "Lo sai perché la mia vita è tutta giallorossa, c’è una ragione, ho la Roma dentro al cuore, AS Roma, io non vivo senza te!",  "Sotto la curva, la Roma sotto la curva!" fino a "Fratelli d’Italia", con tanto di ritornello onomatopeico. Ci mancava il patriottismo. Ovviamente ho cercato di farli smettere richiamandoli a mezza voce e tirandoli per le maniche: Diego! Marco! Simone!. Non si è dimostrata una buona idea, perché oramai si sentivano liberi e dispensati, "mica siamo a scuola pressorè!" e inoltre perché i viaggiatori dell’autobus, che non mi avevano subito identificata come insegnante accompagnatrice, sentendo i miei concitati rimproveri l’hanno capito e mi hanno guardato con aria di commiserazione e rimprovero insieme. I ragazzi si sporgevano dai finestrini agitando le sciarpe giallorosse e attirando l’attenzione dei passanti, per fortuna l’autista, se non altro, non ha protestato; ho reso grazie, in cuor mio, alla fede romanista che riusciva a stabilire casuali sprazzi di simpatia, contenuta, ma non repressa, anche in qualcuno tra i presenti meno formali. Una vicina ha solidarizzato sottovoce con me: "Sono in pensione, insegnavo alle medie; mi pare che andiamo sempre peggio, certo che questi sono parecchio vivaci; e in classe come sono?" "Sono…così; non conoscono mediazioni e compromessi con le situazioni.  Sono naturali, selvaggi e spontanei; ma mi dispiace che disturbino!" " Non si preoccupi… in fondo sono ragazzi." Per tutta risposta alle richieste di smettere,  hanno improvvisato un coro che secondo le loro intenzioni doveva essere in mio onore "Ricci alè, Ricci alè, Ricci alè!" (il mio cognome da sposata) considerandolo un gesto affettuoso verso me che, imbarazzata e congestionata, desideravo ormai soltanto diventare invisibile o almeno sprofondare. Appena l’autobus è arrivato a una fermata da cui potevo prenderne un altro qualsiasi sono scesa quasi fuggendo.
Hanno continuato perseguitarmi sbracciandosi dai finestrini e urlando saluti e il mio nome indifeso al vento dorato di Roma. E sono stata felice.

Questo è un capitolo del mio libro "La (mia) classe non è.doc" 

mercoledì 29 febbraio 2012

SOGNO DI PANE


infanzia


Vorrei ripensarci anche solo stanotte,
e poi forse basta, ma tutta la notte
vorrei  ripensare al profumo del pane
sentirlo durare e, fragrante di vita
pervadere intenso i miei sogni;
infinita sarebbe la gioia e tornare
a sentire cos’era l’infanzia
la via non smarrita.

PENSIERI DI SERA



pensieri di sera


La testa mi vola
continuo a pensare,
il cuore si stanca
non vuole aspettare,
ridammi il profumo
quel caldo sentore
che avvolge e riscalda
una mano, l’amore.

Son solo parole,
ma a volte son tutto
son solo parole
che vanno da sole
amiche e compagne
che dicono un fatto
raccontano piano
sussurrano invano.

Son  solo parole,
che giocan con noi
il senso non nasce
col senno di poi;
ma nasce a contatto
tra suoni e colori
tra le ombre del chiuso
e il sole di fuori.

Venute a parlarmi
di un mondo diverso:
la nostra canzone
ch’è musica e testo
per poche persone
o molte, se buone.

lunedì 30 gennaio 2012

Nel cielo di Roma


NEL CIELO NEGLI OCCHI
 


Angeli, ghiaccio, cristalli di vapori  
opachi che si sciolgono nel cielo
come negli occhi lacrime di gioia,
Emozioni di brevi aghi sottili 
ti pervadono l'anima non vinta;
provata e scossa come  quel metallo
ch’è luce o fango.

S’apre nel cielo un suono,
ed è il lungo respiro
della terra innocente

che si alza verso te, verso la vita.
E’ luce, e la speranza non finisce.

domenica 15 gennaio 2012

Vita nuova che amo






















Vita nuova che amo
nelle piccole mani
irrequiete, afferranti
che  esplorando descrivono
un nuovo senso inedito
che la vita rinnova.

Amo gli occhi pensanti,
lievemente accigliati,
le sopracciglia alate
che attendono il volo
e scrutano, increspate,
in fiduciosa attesa.

Amo le gote lisce, 
pelle d’ambra rosata,
che difendi ostinato.

Amo la piccola perfezione
di persona compiuta
che s’avvia sgambettando
che si rialza, caduta,
che avaramente ride
ma al sonno s’abbandona
con dolcezza di nube
sulle mie braccia antiche
che solo tu rinnovi.


sabato 14 gennaio 2012

Lascia aperta la mente
















E se tu non ascolti
le parole dei cieli
possenti e immensi,
né di quei venti estesi
come braccia innocenti,
e se tu fissi l’acqua
della pioggia o del mare
e non trovi parole
per esprimere e dire
ciò che vuole il tuo cuore,
lascia aperta la mente
e spalancala al vento
vi porterà le foglie
cadute in quel momento,
i profumi e le voci
di un tuo amico vicino,
vi porterà il brusio
del fumo d’un camino
come un segreto
sussurrato all’orecchio
già riascoltato o amato.

Tu che guardi le nuvole
e i colori ne cerchi
non abbassare gli occhi,
sposta le prospettive:
alte o basse, di lato o di profilo
non sfuggire a te stesso
ma guardati, nel viso.

Gli indiani Comanche

Indiani Comanche

Come mi piacevano quei film
americani naturalmente,
dove i cattivi
erano sempre
nella tribù degli indiani comanche.
Detti anche i comanci.
Era così bello sapere
che la cavalleria dei soldati blu
sarebbe arrivata a sconfiggerli.
Era così bello stare col cuore in gola,
in ansia, in tensione di bambini
e infilando la lingua
nella caramella charms col buco
aspettare che con lo zucchero
finisse anche la storia.

Come era bello che il capitano
stringesse la mano all’indiano buono,
baciasse la sposa
e passasse in rassegna glorioso
la truppa impolverata
e le bandiere a colori,
a poche stelle e strisce
ventogarrenti e vincenti.
Com’era bello sapere
che i cattivi traditori
gli infidi crudeli
dai coltelli insanguinati
dall’animo nero
erano tutti là
nella tribù degli indiani comanche.
Detti anche i comanci.
 Oggi non so più dove cercare i cattivi
e, dalla mia siepe, spio l’orizzonte
sperando
nella benignità provvidenziale
di un cielo che si fa nuvoloso,
di un vento che sia respiro della terra
come il risveglio di un bambino.
Altro non spero.


giovedì 12 gennaio 2012

Risvegli tra cielo e terra


un disegno ritrovato
Finalmente dalla strada arriva il rumore dei primi autobus che iniziano il servizio e tracciano nell'aria umida linee nere e suoni vitali. 
Il vuoto notturno si riempie respingendo il silenzio nel suo ruolo marginale.
Il vento mi porta il fruscio meccanico della metropolitana che, in quel tratto, corre all'esterno trascinando altri carichi di uomini. 
Nella mia testa tutto ricomincia ad assumere fisionomie piacevoli e a trascinare suoni intrecciati a musiche.
Anche il vicino di casa inizia la sua giornata e sento il rumore della sua la doccia che scroscia brevemente.  Tra poco il suo figlio adolescente urlerà, come ogni mattina, che l’acqua calda non arriva. Sorrido.
Sul pianerottolo le porte si aprono e chiudono;  sento l'ascensore che fila veloce lungo le sue corde d'acciaio. Mi piace la velocità del suo andirivieni.
I rumori continuano sempre più frequenti e vari. 
Le case si vuotano e la vita si trasferisce all'esterno.
Marciapiedi e strade, cartelli pubblicitari e nomi di strade, fari e stop rossi, vetrine, edicole, bar.
Cappuccino, cornetto, briciole per terra, fazzoletti di carta, risata rauca, voce inquieta: presto presto presto!
Di notte tutto ha angoli retti e luci perpendicolari: ora le linee e gli angoli si fanno obliqui come la luce scarna del sole.
Sono ancora in casa mentre l’alba sorge, la finestra manda in scena il mio spettacolo preferito: le ondate di luce dell’alba che colorano il cielo e tutto ciò che ci circonda.
"Sul mare già respirano le bianche vele" cantava una vecchia canzone. Libere nel cielo nuotano parvenze: sono i sorrisi di chi ama la vita.

mercoledì 4 gennaio 2012

Ama le cose perdute

Ama le cose perdute con immagine2

mercoledì 14 dicembre 2011

Ettore - Segnali di vita

Sfoglio, a volte, gli album con le foto del tempo già vissuto. Ad aprirli ci vuole la frazione di secondo, ma poi è come entrare nella macchina del tempo e volerci rimanere. Guardo le immagini e mi arrivano pensieri, come una musica con parole a lungo sedimentate che continuano a parlare di cambiamento. Una canzone. Il tempo cambia molte cose nella vita il senso le amicizie le opinioni che voglia di cambiare che c'è in me si sente il bisogno di una propria evoluzione sganciata dalle regole comuni da questa falsa personalità. L’effetto è quello di guardarsi allo specchio in modo diverso e riconoscersi in quell’immagine, o forma, ritrovando se stessi come si è dentro, e non come qualcosa da esporre agli altri.Una nostra comune immagine riflessa (dove, come diceva un vecchio film, non c’è mai la verità perché quel che è destra è sinistra e quel che è sinistra è destra) non ci sempre ci soddisfa. Invece, se scrutassimo nello specchio degli occhi dell’animo, io credo che quello che vediamo potrebbe piacerci. No, non si tratta di rimpianti o nostalgia. Si tratta di voler bene ciò che siamo e, in buona coscienza, ciò che siamo stati. Per questo non cerco mai nessun surrogato del paradiso, per questo non voglio dimenticare nulla. Il tempo, è vero, cancella e cambia molte cose, ma solo ciò che non abbiamo davvero vissuto a cuore aperto, mentre ci fa anche amare di più tutto ciò che, come naufraghi senza tempesta, vogliamo ostinatamente portare con noi. Guardo, adesso, immagini scattare negli anni settanta, lo stesso periodo in cui sono nate le mie figlie, tuttavia io le vedo e sento simili a quelle della mia infanzia; mi convinco che non sarebbero troppo diverse e penso che sarebbe bello se in tanti si cominciasse ad aprire i nostri cassetti per mettere in circolazione tutte le vecchie foto riposte tra ricordi e sentimenti. Ci sono stati anni in cui tutto cambiava e il modo progrediva velocemente, ma il fondo dell’animo delle persone conservava un patrimonio di memorie e cultura, sentimenti e tradizioni. Ci sono stati anni in cui non siamo stati anime invase e sopraffatte o indifferenti. In quegli anni lo specchio era un oggetto ma era anche vanitas e un ragazzino si vestiva e metteva in ordine perché e come le mamme volevano fosse in ordine, e non come lo voleva la nike o un'altra marca qualsiasi e televisivamente permeante. E certamente non ci si vestiva o metteva in ordine per videizzarsi col telefonino. No, ripeto: Non si tratta di rimpianti o nostalgia. Si tratta di amare quello che siamo e, in buona coscienza, ciò che siamo stati e siamo rimasti senza tradimenti. Si tratta di lasciar parlare immagini da cui c’è ancora tanto da imparare su noi stessi. E’ con questo stato d’animo che mi sono ritrovata a guardar quelle ed altre immagini e ho chiesto di conoscere le storie che racchiudevano. Alcune me le hanno raccontate. Un racconto o una narrazione sono come un filo che si svolge meticolosamente da un gomitolo ben ordinato per diventare trama e tessuto artigianale o una maglia lavorata punto per punto. Ognuno ha una mano diversa e il tessuto o la maglia che sto costruendo io non potrà essere uguale ad un’altra. Ma in questo modo abbiamo già spezzato, senza rumore e definitivamente, un anello della catena dell’omologazione che ci ha portato dal mondo del sentimento e della ragione a quello della vanitas e del vuoto, che prima rifuggivamo. La storia che mi racconta, ad esempio un insegnante di una scuola sportiva è uno di quei fili di gomitolo che diventa una narrazione o tessuto. Sarà uguale e diversa? Non nella sostanza. Parla di Ettore, undici anni, che partecipa, nel dicembre del 197… alla Corsa delle tre contrade organizzata dalla Scuola Sportiva DEPA di Palermo. Nella foto, bellissima, si vedono tre ragazzini ed Ettore è il più alto. Ha un fisico asciutto e non sorride, ha i capelli un po’ arruffati e sembra affannato a differenza dei suoi compagni che sembrano tranquilli pur se presi dalla situazione. Il filo del gomitolo si dipana, e l’insegnante, perché questa storia dobbiamo narrarla insieme, mi racconta. “Ettore è nato in una famiglia che per tradizione ha lavorato con gli animali. Negli anni sessanta e settanta in seguito alla grande cementificazione del nostro quartiere che si estende dalle falde del Monte Pellegrino sino al mare, molti dei gruppi familiari che vivevano di allevamento del bestiame, continuarono questo lavoro non più in zone adibite a pascolo ma in stalla. Ettore ha aiutato la famiglia in questa fase. Lo ha fatto abbeverando le mucche, dando loro il fieno ed altri vegetali, aiutando il padre a trasportare l'erba raccolta alle pendici del monte, pulendo la stalla, distribuendo il latte munto presso le famiglie che lo richiedevano.” Dunque quel bambino quindi frequenta la scuola elementare e segue le lezioni; per lui sedersi al banco è come tirare un sospiro di sollievo e riposare il corpo per dare aria alla mente. “Nei periodi scolastici Ettore doveva svolgere parte di questi lavori durante la giornata, cercando di seguire anche le lezioni e di fare anche i compiti.” Ettore cresceva sano e robusto e, come è naturale che sia, provava un po’ d'invidia per gli altri ragazzini che non avevano di queste incombenze di lavoro.” Afferro quel filo e vedo Ettore correre verso la scuola sportiva e materializzarsi al fianco dei suoi insegnanti. Lo vedo sbrigarsi a finire con il bestiame, incombenza faticosa e che richiede accuratezza e precisione, per non perdere la possibilità di far parte di un gruppo e di seguire i suoi maestri. Per lui questi contatti sono ossigeno ed entrare nel campetto per presentarsi ai maestri è come spiccare finalmente il volo. Parallelamente penso che ragionare sulla sua condizione di bambino che aiuta la famiglia nel lavoro quotidiano e forse lasciarsi andare a giudizi anacronistici e moralistici parlando di lavoro minorile non abbia, oggi, nessun senso. La nostra presunzione moralista, dopotutto, si ferma sulla soglia di casa nostra e comunque lasciamo che il mondo vada come va. La condizione della vita quotidiana di Ettore era quella e non per scelta o accanimento, ma per ragioni storiche che dobbiamo accettare come tali. L’infanzia di oggi appare più tutelata ed ha garanzie formalmente diverse. Ma sulla probabilità che sia realmente più felice e fiduciosa sul senso dell’esistenza o che cresca genericamente meglio, abbiamo semplicemente staccato il tagliando di una scommessa che è tutta da verificare. Ora capisco quell’aria spettinata e lo sguardo che interroga e non dà nulla per scontato. Ogni attimo di scuola che per gli altri è un impegno per lui è invece un premio. “Alla DEPA “ mi dice ancora l’insegnante, “assieme alle attività proprie dei corsi della Scuola Sportiva abbiamo proposto gare di corsa, meeting di atletica leggera, tornei di calcio, etc con la partecipazione aperta a tutti i ragazzini del quartiere. Ettore, grazie a queste attività che hanno avuto sempre una valenza educativa, ha trovato l'ambito dove essere alla pari con gli altri ragazzini. Nei suoi periodi "liberi" ce lo ritrovavamo accanto sempre pronto ad accogliere il nostro assenso ad includersi nelle attività dei corsi.” Mi spiego anche le spalle e del ragazzo, nella foto leggermente curve, come se stesse per assumere la posizione di partenza e al tempo stesso si rilassasse in attesa dell’impegno di una competizione attesa e anelata. Mi spiego lo sguardo consapevole, da adulto. Le parole del suo insegnante documentano i fatti. “Ettore quando ha partecipato alla gara aveva 11 anni e frequentava la quinta elementare. La distanza della corsa era di circa 2 Km ed Ettore si è classificato tra i primi. Il percorso della gara lo abbiamo modificato per farla passare davanti la stalla di Ettore. Lui aspetta dunque solo il via per lasciar correre gambe e cuore, per slanciarsi a perdifiato gareggiando lungo le strade delle tre contrade, per confrontarsi con i compagni e magari accelerare al massimo negli istanti in cui passa davanti alla stalla della famiglia orgogliosa della sua partecipazione. Un passero, con il cuore grande, da uomo. Dopo la corsa tornerà a casa felice e continuerà il lavoro, finirà i compiti e si preparerà al riposo con la mente rivolta al suo domani che, lui spera, sarà diverso da quello di tutti gli altri. Segnali di vita nei cortili e nelle case all'imbrunire ….. “Inutile dire che noi insegnanti della DEPA tifavamo in modo un po’ velato per la vittoria di Ettore.” Tifiamo anche noi, seppure a distanza perché ora il tempo si è annullato e negli occhi di tutti c’è solo il numero 34 sulla maglia di Ettore, quel ragazzino asciutto che “dialogava con gli sguardi, con il sorriso maturo e intelligente, con la sua presenza sempre composta e che esprimeva fiducia, dialogava con la sua ricca e forte motricità”. La mattina della Corsa delle tre contrade Ettore svegliandosi non poteva sapere che dopo tanti anni si sarebbe ancora parlato della sua partecipazione alla gara. Ma anche se lo avesse saputo avrebbe probabilmente scrollato le spalle e pensato solo che si doveva sbrigare il più possibile per anticipare il lavoro. Ettore, un nome di famiglia, ma anche dell’eroe omerico che rappresenta insieme il mito della pietas famigliare e del coraggio ardito; Ettore 11 anni e tanti sogni a lui stesso indistinti. Ma l’impresa lo attende e non c’era tempo per pensare perchè uno dei suoi sogni è ora a portata di mano. Dunque si alza dal letto alla svelta per essere puntuale, alle nove nsieme agli altri ragazzi. Si veste: scarpe, calzoni lunghi, una maglietta su cui era già stato attaccato quel numero che è solo suo. Non era tempo di divise quello, né di maglie con lo sponsor o di marche con grandi firme: per tutti bastava la solita semplice maglietta e la determinazione ad esserci. I ragazzi di quegli anni sono ancora solo ragazzi, simili a quelli della via Pál. Non posso impedirmi di pensare ad una qualsiasi corsa di ragazzini oggi: denari e tempo da spendere per scegliere il look, la famiglia mobilitata, una colazione da campione del mondo in trasferta di lusso, le videocamere e telefonini in azione, parenti disposti lungo il percorso (in alcuni casi predisposti alla competizione o ad un tifo esagerato essi stessi). E poi? Poi nulla, si spengono le luci e molti non si chiedono “ti accorgi di come vola bassa la mia mente? E colpa dei pensieri associativi se non riesco a stare adesso qui.” Corri dunque Ettore! Siamo stati, e vogliamo ancora essere, simili a te; non certo migliori. Corri ancora Ettore perché la tua corsa è passione per la vita e le nostre anime non temeranno di specchiarsi nel vuoto. (Fine anni cinquanta, ero ragazzina, e giocavo a campana o correvo dietro a un palla. Ma prima di poter andare a giocare dovevo lavare i piatti e fare tutti i compiti. Appena era possibile scendevo subito sotto casa dove si giocava tutti all’Iliade. Sì perchè in prima media si studiava Omero, e nei cortili e nei campi della periferia della città dove vivevo allora noi passavamo i pomeriggi formando bande di Achei e Troiani. Io ero un guerriero acheo e avrei voluto essere Achille, ma quel ruolo spettava a Sergio, un ragazzino che si era procurato uno scudo di cartone (fatto con un piatto di quelli su cui appoggiare le torte di pasticceria) con relativa spada. Battaglie, scontri, duelli: corse e sassate. Il ruolo di Ettore era, ovviamente, di un ragazzino della banda opposta. Oggi vorrei essere nella sua.) Segnali di vita nel cortile e negli spazi all’imbrunire le luci fanno ricordare le meccaniche celesti.

giovedì 1 dicembre 2011

L'Isola Mare-Notte

L'Isola Mare-Notte. La fine dell'adolescenza

 Crepuscolo di mareggiata by Maria Serena Peterlin
Capì presto che la sua attrazione per il mare non era quella per giocare con la sabbia o le onde sollevate dal vento.
E nemmeno per la contemplazione struggente e banale di albe o tramonti, di lattiginosi cieli stellati, di aranciati fuochi meridiani.
L'attirava il respirare, l'ansimare, l'anelare; l'attraeva la forza espressa dalla marea, lo ipnotizzavano gli scogli su cui sentiva, indistintamente ancora, che i sogni potevano fracassarsi o vittoriosi proseguire, resi più forti.
Il mare gli si apriva come una strada; e sapeva, con irrazionale sicurezza, che ne avrebbe riconosciuto ogni pulsazione come un ritmo che era anche dentro di lui: la sua vita.
Imbronciato aveva fissato i suoi giochi da bambino: paletta, secchiello e soprattutto le formine (così le chiamavano) che riproducevano stelle e cavallucci marini, conchiglie e pesciolini. 
Per accontentare la mamma aveva provato anche ad usarle e aveva impastato la sabbia con l'acqua di mare, spolverato il fondo delle forme con altra sabbia asciutta, le aveva riempite con il miscuglio inumidito e ben pressato e rovesciate battendole con forza per ottenerne delle figure. Ma le ridicole creature sabbiose che ne uscivano si sbriciolavano: se lo meritano, aveva brontolato dentro di sé, sono noiose e finte.
Immaginava, quasi vedendola, la vita dei fondali, dove stelle e cavallucci, conchiglie e pesci dagli immensi occhi danzavano nell'acqua e nel sale dando senso, origine e durata al loro contrario: aria e luce.
Provava ad immaginarsi sommerso da quel mare letto nei libri di scuola, ma più ancora nelle favole. Allora tratteneva il respiro, vedeva se stesso guizzante tra le altre creature e prepotente e felice pensava che sì, per lui sarebbe stato possibile, forse facile vivere anche là sotto;  e che avrebbe fatto a meno della sensazione diretta e violenta dell'aria e della luce purché tutto fosse ridotto all'essenziale; e finalmente laggiù anche i rumori sarebbero stati spenti e  le paure avrebbero taciuto.
 Intanto trascorreva le ore seduto sull'orlo del confine tra acqua e sabbia; le gambe distese che aspettavano le onde, appoggiato sulle braccia, allungate a compasso all'indietro, con le mani sprofondate sulla rena asciutta e ancora calda. 
Teneva gli occhi chiusi e cercava di indovinare l'arrivo susseguente delle ondate, dei colpi del mare. 
Lo riscuoteva la voce di qualche ragazzino come lui; solo allora si alzava e si curvava come per togliere dalle gambe gli schizzi dell'acqua salata e nella stessa posizione restava qualche istante: le mani sulle ginocchia, gli occhi ancora connessi alla spuma che andava e veniva, il respiro ormai sincronizzato su quella misura acqua-terra.
Però una sera era rimasto talmente a lungo che la marea era risalita fino a circondarlo; e lui per nulla impaurito si era lasciato andare mentre, quasi sdraiato tra acqua e sabbia, afferrava per gioco qualche granchio disorientato che non riusciva a riguadagnare il mare.
Il sole non c'era già più e adesso le ombre avevano uno spessore più freddo e più limpido. 
Si accorse che non voleva tornare, e che voleva rimanere lì senza darsi un limite di tempo, che voleva capire cosa si prova quando la linea del cielo si confonde con quella delle acque, quando nel buio si alza il vento caldo della terra e cerca di gettarsi tra le onde. 
Voleva essere lì e capire cosa si sente quando, assente la luce, non sono più i sensi e la mente, ma sono solo il cuore e la pelle a captare e ricevere come un unico esteso organo percettore.
Gli sembrò che potesse arrivare quel momento, ed era anzi sicuro di aver capito il come, il dove, il quando.
Avrebbe ghermito lui quell'acqua infinita, superati quegli scogli e navigato sempre verso occidente, dove anche il sole si lascia cadere, per raggiungere la sua meta. 
Avrebbe pilotato da solo e sarebbe riuscito ad approdare alla fine del viaggio. E avrebbe saputo di essere giunto quando la linea del cielo e del mare si fossero di nuovo confuse senza più luce e il vento caldo della terra si fosse finalmente placato nelle onde.  

Nella sua Isola. 

lunedì 31 ottobre 2011

Le battute dell'Ingegnere




Tengo fra le mani la mia tazza di tè della colazione. Una comune tazza bianca a fiori blu, non bella, di arcopal, forse una superstite di quelle in vendita come contenitore della nutella, quando ancora ne compravo per le figlie ragazzine; secoli fa. Le vendevano al supermercato, così come i bicchieri con i palloni di calcio o le auto di formula uno. Mi piace versare il tè e, subito dopo, il di latte che si sparge leziosamente a nuvola.  Incidentalmente penso anche a queste cose mentre bevo senza parlare.
Finito il tè, con ancora la tazza tiepida tra le mani penso... buono e caldo al punto giusto; poi parlo:

- Buono, chissà perchè, invece, se capita di prendere un tè al bar è sempre troppo bollente e senza sapore. -
- Questione di scambio di calore!- Risponde pronto l'Ing. che non perde mai una battuta. -
Già, quando uno conosce la termodinamica, la termotecnica ...

2. Automobile

Io guido tranquilla e di solito vado a velocità moderata: mentre guido penso.
Le cose più singolari mi vengono spesso in mente di mattina, appena sveglia, oppure mentre guido perché per me guidare significa mettere in moto anche i pensieri. Uso l’auto per andare dal punto di arrivo a quello di partenza senza avere problemi. Non mi importa molto di chi passa per primo, non mi interessa scattare al semaforo. Non sono una competitiva, figuriamoci se me la prendo per una precedenza.
Quindi metto in moto, vado e basta.
Ma l’Ing non la pensa così. E, nel caso raro in cui mi cede il volante,

venerdì 28 ottobre 2011

Una classe non amata - di Mariaserena Peterlin


Da che parte pende il giudizio?

Non date mai retta a chi dice di essere imparziale. Gli insegnanti non sono mai neutri di fronte ad una classe. Anche chi crede in buona fede di avere acquisito una professionalità tale da poter essere un tecnico della trasmissione del suo sapere in realtà tenta solo di darsi una stabilità emotiva che è molto distante da come realmente egli si sente. I ragazzi guardano e provocano, osservano e giudicano, si oppongono ma vogliono essere ascoltati, sono diffidenti ma vogliono essere amati.

E’ così e per questo affrontare una classe destabilizza il consueto personale equilibrio (quando c'è), mette in gioco e può crea problemi.

Molte volte ho ricevuto genitori che mi chiedevano : intervenga lei, ci parli, di lei ha stima e l’ascolterà. E promettevo e parlavo. Ma a sua volta il ragazzo o la ragazza mi aveva già detto, io voglio bene ai miei, guai a che tocca mia madre, ai miei genitori non deve succedere nulla; ma

lunedì 24 ottobre 2011

STORIA DI CRONACA IN DIRETTA


Ero dal meccanico, aspettavo che mi restituissero l’automobile.
Accanto a me c’era un uomo: quaranta circa, occhiale scuro ecc, look impositivo o giù di lì;  parlava al cellulare. Anzi non parlava, urlava aggressivo:

"Fai come ti pare, di te non mi fido più, mi ha preso per il c… già troppe volte; mi hai preso per il c…! Adesso che fai? vuoi cambiare scuola? io Ma che vuoi da me?

domenica 23 ottobre 2011

STORIA FRENETICA E FALSA

clik acceso / click spento
Si aggirava esaltato e frenetico nella rete, tra clikkate del mouse e scorrimenti della rotellina. I suoi occhi, appena velati dalle lenti che riflettevano i bagliori tenui dello schermo piatto, guizzavano roteanti nello scrutare le pagine del web 2.0.
 Come sospinto da una smania frenetica stabiliva una connessione fisica col mezzo. Lo saggiava allo stesso modo della rana a caccia d’insetti: solo la sua testa contemporaneamente congiunta al pc e ai numerosi cellulari, vibrava : tutto il suo corpo era teso e immobilmente rannicchiato su se stesso, come una molla pronta a scattare.
Certo non era facile seguire contemporaneamente tre chat, due forum, diversi dialoghi su social forum e la ragazza che, spalmata su uno scomodo divano verde

NICK - Una storia diversa

1. Inizio di una storia, come un'alba

La storia di Nick è diversa da tutte le altre anche se, a ben vedere, tutte le storie non sono mai uguali.
Però la gran parte delle persone sono ordinarie e comuni per cui possono essere raggruppate in categorie dalle caratteristiche simili, le loro storie finiscono per assomigliarsi.
Di solito queste categorie di esseri umani banali o ordinari sono concepiti in un momento in cui la Natura si riposa o si annoia.
In queste occasioni la Grande Madre indica con l'indice bianco della sua mano (ingioiellata di acquamarine blu, azzurre e verdiazzurre) uno dei tanti suoi scrigni e dice alla specie che si sta in quell'istante breve riproducendo: prendete una qualunque di quelle anime lì, andrà bene.

Quando invece la Madre si risveglia dai suoi lunghi sonni può accadere che