venerdì 22 settembre 2017

Isola Mare-Notte



Capì presto che la sua attrazione per il mare non era quella per giocare con la sabbia o le onde sollevate dal vento.
E nemmeno per la contemplazione struggente e banale di albe o tramonti, di lattiginosi cieli stellati, di aranciati fuochi meridiani.
L'attirava il respirare, l'ansimare, l'anelare; l'attraeva la forza espressa dalla marea, lo ipnotizzavano gli scogli su cui sentiva, indistintamente ancora, che i sogni potevano fracassarsi o vittoriosi proseguire, resi più forti.
Il mare gli si apriva come una strada; e sapeva, con irrazionale sicurezza, che ne avrebbe riconosciuto ogni pulsazione come un ritmo che era anche dentro di lui: la sua vita.
Imbronciato aveva fissato i suoi giochi da bambino: paletta, secchiello e soprattutto le formine (così le chiamavano) che riproducevano stelle e cavallucci marini, conchiglie e pesciolini. 
Per accontentare la mamma aveva provato anche ad usarle e aveva impastato la sabbia con l'acqua di mare, spolverato il fondo delle forme con altra sabbia asciutta, le aveva riempite con il miscuglio inumidito e ben pressato e rovesciate battendole con forza per ottenerne delle figure. Ma le ridicole creature sabbiose che ne uscivano si sbriciolavano: se lo meritano, aveva brontolato dentro di sé, sono noiose e finte.
Immaginava, quasi vedendola, la vita dei fondali, dove stelle e cavallucci, conchiglie e pesci dagli immensi occhi danzavano nell'acqua e nel sale dando senso, origine e durata al loro contrario: aria e luce.
Provava ad immaginarsi sommerso da quel mare letto nei libri di scuola, ma più ancora nelle favole. Allora tratteneva il respiro, vedeva se stesso guizzante tra le altre creature e prepotente e felice pensava che sì, per lui sarebbe stato possibile, forse facile vivere anche là sotto;  e che avrebbe fatto a meno della sensazione diretta e violenta dell'aria e della luce purché tutto fosse ridotto all'essenziale; e finalmente laggiù anche i rumori sarebbero stati spenti e  le paure avrebbero taciuto.
 Intanto trascorreva le ore seduto sull'orlo del confine tra acqua e sabbia; le gambe distese che aspettavano le onde, appoggiato sulle braccia, allungate a compasso all'indietro, con le mani sprofondate sulla rena asciutta e ancora calda. 
Teneva gli occhi chiusi e cercava di indovinare l'arrivo susseguente delle ondate, dei colpi del mare. 
Lo riscuoteva la voce di qualche ragazzino come lui; solo allora si alzava e si curvava come per togliere dalle gambe gli schizzi dell'acqua salata e nella stessa posizione restava qualche istante: le mani sulle ginocchia, gli occhi ancora connessi alla spuma che andava e veniva, il respiro ormai sincronizzato su quella misura acqua-terra.
Però una sera era rimasto talmente a lungo che la marea era risalita fino a circondarlo; e lui per nulla impaurito si era lasciato andare mentre, quasi sdraiato tra acqua e sabbia, afferrava per gioco qualche granchio disorientato che non riusciva a riguadagnare il mare.


Il sole non c'era già più e adesso le ombre avevano uno spessore più freddo e più limpido. 
Si accorse che non voleva tornare, e che voleva rimanere lì senza darsi un limite di tempo, che voleva capire cosa si prova quando la linea del cielo si confonde con quella delle acque, quando nel buio si alza il vento caldo della terra e cerca di gettarsi tra le onde. 
Voleva essere lì e capire cosa si sente quando, assente la luce, non sono più i sensi e la mente, ma sono solo il cuore e la pelle a captare e ricevere come un unico esteso organo percettore.
Gli sembrò che potesse arrivare quel momento, ed era anzi sicuro di aver capito il come, il dove, il quando. Ecco le meravigliose onde.


Avrebbero ghermito lui in quell'acqua dalla forza infinita, superati quegli scogli e navigato sempre verso occidente, dove anche il sole si lascia cadere, per raggiungere la sua meta. 
Sarebbe andato da solo e sarebbe riuscito ad approdare alla fine del viaggio. E avrebbe saputo di essere giunto quando la linea del cielo e del mare si fossero di nuovo confuse senza più luce e il vento caldo della terra si fosse finalmente placato nelle onde.  
Nella sua Isola. 

- Nick! Che fai lì tutto il tempo? 


- E dai, vieni, giochiamo: abbiamo trovato un pallone!

mercoledì 14 giugno 2017

Il sasso e l'oro

Bambina con palloncino

Avevo cinque anni quando un operaio, che lavorava nel mulino vicino casa, mi disse che se avvolgevo un sasso in una carta dei cioccolatini o caramelle, quelle argentate e dorate che non si usano quasi più, e lo avessi seppellito, lo avrei ritrovato, dopo qualche giorno, trasformato in oro.
Penso sia stato un insegnamento, come dire, prezioso.

Ovviamente il sasso, accuratamente avvolto in stagnola e che ispezionavo a più riprese, non diventò mai altro che sasso; ma mi è stato ugualmente di grande vantaggio, pur nel disincanto che ne derivò.
Ho imparato che le affermazioni devono essere verificate da ragioni logiche e prove. Ho imparato che chi pensa di raccontarti storie di affascinanti scorciatoie ti prende in giro.
Ho imparato che un sasso rimarrà sempre un sasso.
E che l'oro, se si vuole, si conquista con fatica o con il guadagno di un lungo lavoro.


Devo scrivere anche la morale?
Ma non penso proprio.

mercoledì 25 febbraio 2015

Momento Moment con Merlo



Il merlo petulante fischiava già al mattino,
ma erano le quattro, e lo sa il mio cuscino
che accoglieva l'insonne, mentre si rigirava,

e il merlo zerbinotto fischiava, oh se fischiava.

sabato 21 febbraio 2015

Ginocchia graffiate

Sono pomeriggi in cui mi vien voglia di ripensare a quando avevo più spesso le ginocchia graffiate, bendate e incerottate che non sane e scattanti.
Poche storie a quel tempo: si giocava per ore ed ore all’aperto, e se cadevi erano sassi e polvere che ti ferivano e le disinfezioni erano due: alcool o acqua ossigenata, ambedue bruciavano da morire; poi una bella strofinata d’ovatta e un giro di garza intorno al ginocchio.
Subito dopo via in fuga a giocare di nuovo: la stanchezza questa sconosciuta.
E niente palestre, niente piscine, parchi attrezzati o campi da tennis o calcetto: intorno alle nostre case di ragazzini del dopoguerra crescevano altre case e si correva tra pezzi di terreni attrezzati a cantieri edili. Cani che correvano abbaiandoci dietro e gatti che si nascondevano sotto i mattoni per non essere presi.
Spesso l’avvertimento era: attenti alla buca della calce viva! Una grande buca squadrata era infatti attrezzata all’interno dei cantieri, era bianca e burrosa, ma la dicevano pericolosa. E certamente non era il caso di caderci dentro.
Si giocava spesso divisi in bande: Achei e Troiani ad esempio, oppure semplicemente la banda di Sergio e la banda di Massimo. Gare di caccia ai girini, ai saltapicchi, alle lucertole; gare in cui eccellevo; oppure partite di pallone a cui noi femmine ottenevamo con molta difficoltà l’accesso. Di solito le femmine giocavano alla sarta, a bottega, a campana, a palla prigioniera, a un-due-tre stella. Ma io preferivo incassare qualche formidabile pallonata e rimanere fieramente, se mi accettavano, tra i calciatori.
Se poi prendevi una sberla o uno spintone te lo tenevi, se cadevi e ti sbucciavi i gomiti o le ginocchia si sputava sopra i graffi : la saliva disinfetta! E cercavamo di non farci vedere dalle mamme affacciate alle finestre perché il “torna su a disinfettare” avrebbe avuto come conseguenza l’esser poi trattenuti a casa. L’immagine delle mamme incorniciate dalle finestre temo che si sia perduta con la loro voce: torna su, è tardi! Anche lei.
Però se ci ripenso le rivorrei quelle ginocchia sbucciate, sputate, e poi disinfettate trattenendo le lacrime e scuotendo la testa: no, torno a giocare.
Vuoi mettere?

martedì 11 novembre 2014

Senza pretese (di mattina sul balcone)


Se di mattina non accendo luci:
dietro ai miei vetri poco grigio intorno,
e sul balcone indisturbati beccano
pettirossi, merli e petulanti
passeri indifferenti
all'alto svolazzare di cornacchie
che sgridano i gabbiani.


Meglio gli sterpi, meglio poche e secche
piante abitate da sparuti insetti.
Meglio le fragole appassite e miti
che cedono ai miei ospiti randagi:
banchetto o rimasuglio non saprei.

venerdì 18 aprile 2014

dal Lunedì degli scrittori, Lucia Tosi


nessuna differenza

tra la mia volatilità
e la vostra cartaceità
non resterà niente
né di mio né di vostro
forse un sorriso in più
che avrò strappato
senza consumo d’alberi
senza impiego di denaro
senza paludamenti
senza editor (solo visitor)
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lunedì 24 marzo 2014

Farfalla sul muro


Sul muro al sole,
sola, senza altra ombra
scalda le ali al volo.

Riscrittura: Le ultime lettere di Jacopo Ortis

Fuggito da patria con gran sacrificio
il giovane Jacopo è alquanto stranito
tra studi e Plutarco accadde però
che sposa d’altrui, sventato! egli amò.

Tra gemiti e tremiti entrambi or tradivan
l’ignaro cornuto che intanto viaggiava:
 un bacio, sol uno! e fu fatto divino,
scriveva egli sempre al Lorenzo Alderino..

Perduta la patria e la donna piangeva
quest’Ortis e scriveva, scriveva, scriveva…
Fu forse per questo che inchiostro finì
e, dalla sua mano, il meschino, morì.

Qualcuno leggendolo al Werther pensò
nol disse a nessuno, e fu meglio però.


18 marzo 2014 alle ore 22.34
by my Facebook

domenica 16 marzo 2014

La costruzione del nido

Qui sul balcone appeso a casa mia
ce sta tutto 'n via-vai de passerotti;
lei se pija 'na foja e lui un bel zeppo,
e continuano, al vento de 'sto marzo,
a chiacchierà che paron du vecchietti.
Li vedi riposasse appesi a un ramo
della tuja e se spasseno de bacche.
E quando ricominciano er lavoro
me pare de vedelli sorridenti:
er nido a poco a poco è tutto loro
e c'hanno ben raggione a esse contenti.

venerdì 14 febbraio 2014

Riflessione in controcorrente



Non solo il tempo cambia molte cose
anche l'ansia d'avere cambia in fretta
e il cambiare ed il fare non è detto
che mutino la melma in oro fino.

Ma mentre il tempo passa e tutto muta
stare a guardare, coi pensieri in testa,
restituisce il senso a molte cose
e il nuovo insieme al vecchio va a far festa.