mercoledì 25 febbraio 2015

Momento Moment con Merlo



Il merlo petulante fischiava già al mattino,
ma erano le quattro, e lo sa il mio cuscino
che accoglieva l'insonne, mentre si rigirava,

e il merlo zerbinotto fischiava, oh se fischiava.

sabato 21 febbraio 2015

Ginocchia graffiate

Sono pomeriggi in cui mi vien voglia di ripensare a quando avevo più spesso le ginocchia graffiate, bendate e incerottate che non sane e scattanti.
Poche storie a quel tempo: si giocava per ore ed ore all’aperto, e se cadevi erano sassi e polvere che ti ferivano e le disinfezioni erano due: alcool o acqua ossigenata, ambedue bruciavano da morire; poi una bella strofinata d’ovatta e un giro di garza intorno al ginocchio.
Subito dopo via in fuga a giocare di nuovo: la stanchezza questa sconosciuta.
E niente palestre, niente piscine, parchi attrezzati o campi da tennis o calcetto: intorno alle nostre case di ragazzini del dopoguerra crescevano altre case e si correva tra pezzi di terreni attrezzati a cantieri edili. Cani che correvano abbaiandoci dietro e gatti che si nascondevano sotto i mattoni per non essere presi.
Spesso l’avvertimento era: attenti alla buca della calce viva! Una grande buca squadrata era infatti attrezzata all’interno dei cantieri, era bianca e burrosa, ma la dicevano pericolosa. E certamente non era il caso di caderci dentro.
Si giocava spesso divisi in bande: Achei e Troiani ad esempio, oppure semplicemente la banda di Sergio e la banda di Massimo. Gare di caccia ai girini, ai saltapicchi, alle lucertole; gare in cui eccellevo; oppure partite di pallone a cui noi femmine ottenevamo con molta difficoltà l’accesso. Di solito le femmine giocavano alla sarta, a bottega, a campana, a palla prigioniera, a un-due-tre stella. Ma io preferivo incassare qualche formidabile pallonata e rimanere fieramente, se mi accettavano, tra i calciatori.
Se poi prendevi una sberla o uno spintone te lo tenevi, se cadevi e ti sbucciavi i gomiti o le ginocchia si sputava sopra i graffi : la saliva disinfetta! E cercavamo di non farci vedere dalle mamme affacciate alle finestre perché il “torna su a disinfettare” avrebbe avuto come conseguenza l’esser poi trattenuti a casa. L’immagine delle mamme incorniciate dalle finestre temo che si sia perduta con la loro voce: torna su, è tardi! Anche lei.
Però se ci ripenso le rivorrei quelle ginocchia sbucciate, sputate, e poi disinfettate trattenendo le lacrime e scuotendo la testa: no, torno a giocare.
Vuoi mettere?

martedì 11 novembre 2014

Senza pretese (di mattina sul balcone)


Se di mattina non accendo luci:
dietro ai miei vetri poco grigio intorno,
e sul balcone indisturbati beccano
pettirossi, merli e petulanti
passeri indifferenti
all'alto svolazzare di cornacchie
che sgridano i gabbiani.


Meglio gli sterpi, meglio poche e secche
piante abitate da sparuti insetti.
Meglio le fragole appassite e miti
che cedono ai miei ospiti randagi:
banchetto o rimasuglio non saprei.

venerdì 18 aprile 2014

dal Lunedì degli scrittori, Lucia Tosi


nessuna differenza

tra la mia volatilità
e la vostra cartaceità
non resterà niente
né di mio né di vostro
forse un sorriso in più
che avrò strappato
senza consumo d’alberi
senza impiego di denaro
senza paludamenti
senza editor (solo visitor)
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lunedì 24 marzo 2014

Farfalla sul muro


Sul muro al sole,
sola, senza altra ombra
scalda le ali al volo.

Riscrittura: Le ultime lettere di Jacopo Ortis

Fuggito da patria con gran sacrificio
il giovane Jacopo è alquanto stranito
tra studi e Plutarco accadde però
che sposa d’altrui, sventato! egli amò.

Tra gemiti e tremiti entrambi or tradivan
l’ignaro cornuto che intanto viaggiava:
 un bacio, sol uno! e fu fatto divino,
scriveva egli sempre al Lorenzo Alderino..

Perduta la patria e la donna piangeva
quest’Ortis e scriveva, scriveva, scriveva…
Fu forse per questo che inchiostro finì
e, dalla sua mano, il meschino, morì.

Qualcuno leggendolo al Werther pensò
nol disse a nessuno, e fu meglio però.


18 marzo 2014 alle ore 22.34
by my Facebook

domenica 16 marzo 2014

La costruzione del nido

Qui sul balcone appeso a casa mia
ce sta tutto 'n via-vai de passerotti;
lei se pija 'na foja e lui un bel zeppo,
e continuano, al vento de 'sto marzo,
a chiacchierà che paron du vecchietti.
Li vedi riposasse appesi a un ramo
della tuja e se spasseno de bacche.
E quando ricominciano er lavoro
me pare de vedelli sorridenti:
er nido a poco a poco è tutto loro
e c'hanno ben raggione a esse contenti.

venerdì 14 febbraio 2014

Riflessione in controcorrente



Non solo il tempo cambia molte cose
anche l'ansia d'avere cambia in fretta
e il cambiare ed il fare non è detto
che mutino la melma in oro fino.

Ma mentre il tempo passa e tutto muta
stare a guardare, coi pensieri in testa,
restituisce il senso a molte cose
e il nuovo insieme al vecchio va a far festa.

giovedì 13 febbraio 2014

Caro Amico, mi scrivo


Sotto questo cielo
di tutto può accadere,
e vedere persone,
speciali persone:
- lavoriamo! - sentenziano
- lasciate lavorare,
ma stiamo lavorando!
uniti lavoriamo,
ho lavorato ieri,
stanotte e stamane,
lavorate con noi
non perder l'occasione. -
Sotto questo cielo
di tutto può accadere:
persone che parlare
dicono sia lavoro:
e parlano tra sé,
parlan di sé e con sé:
e i matti non son loro.
Forse ho sbagliato cielo?

Ti saluto pensoso

sabato 21 dicembre 2013

Nuovo libro : Andando a capo, in blu - (poesie II)


Le parole non appartengono e non si possiedono come i beni materiali, ma sono libere e di tutti: come le erbe o i fiori spontanei le parole nascono anche ai bordi delle strade; qualcuno riesce a vederne la bellezza e a gioirne e allora, se le ama non le coglie, ma le racconta. Queste poesie sono “in blu” perché quello è il colore del cielo sereno sotto il quale siamo, dobbiamo essere, eguali. Sono anche in altri colori, perché la terra è la nostra madre.

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