giovedì 2 febbraio 2012

Rapsodia Lunatica di febbraio - Mariaserena


RAPSODIA LUNATICA
Luna di febbraio
densa di nubi e pioggia
opaca di linfe e di aromi
che della terra aspiri e attiri,
e che poi rendi con i raggi lenti.

Luna di febbraio
come un raggio di arpe 
misticamente vibri
su questo cielo
gonfio di vento,
voce sciroccale
quasi segnale
che avvince e attira
l’incauto profugo
dalle terre straniere.

Voce che illumini
il silenzio, e copri il dolore
con le onde nere di marea
e trascini e riprendi
chi s’innalza e ricopri
meccanica incessante
mai con lo stesso cuore.
Da te luna silente
prende l’auspicio
l’idea e il sorriso
la nuova primavera
indifferente al pianto.

E intanto scorre il tempo,
incessante il suo ciclo
che nella vita umana
è potatura e seme
è togliere e riprendere
ma senza possedere.
Chiudi di nubi il tuo manto, 
luna,
ed ascolta il mio canto.
Mariaserena Peterlin, 18 febbraio 2011

lunedì 30 gennaio 2012

Nel cielo di Roma


NEL CIELO NEGLI OCCHI
 


Angeli, ghiaccio, cristalli di vapori  
opachi che si sciolgono nel cielo
come negli occhi lacrime di gioia,
Emozioni di brevi aghi sottili 
ti pervadono l'anima non vinta;
provata e scossa come  quel metallo
ch’è luce o fango.

S’apre nel cielo un suono,
ed è il lungo respiro
della terra innocente

che si alza verso te, verso la vita.
E’ luce, e la speranza non finisce.

Luna nuova sulla città (un dipinto di Lucia Merli con un mio testo)

     Lucia Merli - Luna nuova sulla città

Soltanto quell'unghia di luna
che incide nel cielo, 
un sorriso
di gatto da favola;
soltanto un cerchietto ai capelli
di bimba che a tratti s'ammira
e a tratti, ribelle, lo getta.
La luna, la gobba a ponente
promette una luce crescente,
e semino, taglio o trapianto
crescente o calante ti guardo.
Un graffio che incede nel cielo
ma dolce, e resiste al mistero.


mercoledì 18 gennaio 2012

Cose che narrano


cose che narrano
Il mare, che lascia detriti di schiuma, s'avvolge e respira.

il mare lascia detriti di schiume

Brume, nel cielo di pagine bianche,
calcano orme grigie: pensiero.
E se quest’aria accogliesse una vela,
tra mare e cielo, sarebbe mistero.

Invece scivola lento nell’acqua
il flusso opaco d’un moto nascosto,
vita e non vita di regni, o risacca:
creature inerti od un granchio scomposto.


Sale e ritorna, la luna lo chiama,
il mare lascia detriti di schiume;
scende e risale nel tempo la vita
gira la carta, la storia è infinita.

Storia di storie, dettagli e bisbigli
trova te stesso, anche senza consigli.

domenica 15 gennaio 2012

Vita nuova che amo


una vita fresca come un frutto
















Vita nuova che amo
nelle piccole mani
irrequiete, afferranti
che  esplorando descrivono
un nuovo senso inedito
che la vita rinnova.

Amo gli occhi pensanti,
lievemente accigliati,
le sopracciglia alate
che attendono il volo
e scrutano, increspate,
in fiduciosa attesa.

Amo le gote lisce, 
pelle d’ambra rosata,
che difendi ostinato.

Amo la piccola perfezione
di persona compiuta
che s’avvia sgambettando
che si rialza, caduta,
che avaramente ride
ma al sonno s’abbandona
con dolcezza di nube
sulle mie braccia antiche
che solo tu rinnovi.


sabato 14 gennaio 2012

Lascia aperta la mente
















E se tu non ascolti
le parole dei cieli
possenti e immensi,
né di quei venti estesi
come braccia innocenti,
e se tu fissi l’acqua
della pioggia o del mare
e non trovi parole
per esprimere e dire
ciò che vuole il tuo cuore,
lascia aperta la mente
e spalancala al vento
vi porterà le foglie
cadute in quel momento,
i profumi e le voci
di un tuo amico vicino,
vi porterà il brusio
del fumo d’un camino
come un segreto
sussurrato all’orecchio
già riascoltato o amato.

Tu che guardi le nuvole
e i colori ne cerchi
non abbassare gli occhi,
sposta le prospettive:
alte o basse, di lato o di profilo
non sfuggire a te stesso
ma guardati, nel viso.

Gli indiani Comanche

Indiani Comanche

Come mi piacevano quei film
americani naturalmente,
dove i cattivi
erano sempre
nella tribù degli indiani comanche.
Detti anche i comanci.
Era così bello sapere
che la cavalleria dei soldati blu
sarebbe arrivata a sconfiggerli.
Era così bello stare col cuore in gola,
in ansia, in tensione di bambini
e infilando la lingua
nella caramella charms col buco
aspettare che con lo zucchero
finisse anche la storia.

Come era bello che il capitano
stringesse la mano all’indiano buono,
baciasse la sposa
e passasse in rassegna glorioso
la truppa impolverata
e le bandiere a colori,
a poche stelle e strisce
ventogarrenti e vincenti.
Com’era bello sapere
che i cattivi traditori
gli infidi crudeli
dai coltelli insanguinati
dall’animo nero
erano tutti là
nella tribù degli indiani comanche.
Detti anche i comanci.
 Oggi non so più dove cercare i cattivi
e, dalla mia siepe, spio l’orizzonte
sperando
nella benignità provvidenziale
di un cielo che si fa nuvoloso,
di un vento che sia respiro della terra
come il risveglio di un bambino.
Altro non spero.


giovedì 12 gennaio 2012

Risvegli tra cielo e terra


un disegno ritrovato
Finalmente dalla strada arriva il rumore dei primi autobus che iniziano il servizio e tracciano nell'aria umida linee nere e suoni vitali. 
Il vuoto notturno si riempie respingendo il silenzio nel suo ruolo marginale.
Il vento mi porta il fruscio meccanico della metropolitana che, in quel tratto, corre all'esterno trascinando altri carichi di uomini. 
Nella mia testa tutto ricomincia ad assumere fisionomie piacevoli e a trascinare suoni intrecciati a musiche.
Anche il vicino di casa inizia la sua giornata e sento il rumore della sua la doccia che scroscia brevemente.  Tra poco il suo figlio adolescente urlerà, come ogni mattina, che l’acqua calda non arriva. Sorrido.
Sul pianerottolo le porte si aprono e chiudono;  sento l'ascensore che fila veloce lungo le sue corde d'acciaio. Mi piace la velocità del suo andirivieni.
I rumori continuano sempre più frequenti e vari. 
Le case si vuotano e la vita si trasferisce all'esterno.
Marciapiedi e strade, cartelli pubblicitari e nomi di strade, fari e stop rossi, vetrine, edicole, bar.
Cappuccino, cornetto, briciole per terra, fazzoletti di carta, risata rauca, voce inquieta: presto presto presto!
Di notte tutto ha angoli retti e luci perpendicolari: ora le linee e gli angoli si fanno obliqui come la luce scarna del sole.
Sono ancora in casa mentre l’alba sorge, la finestra manda in scena il mio spettacolo preferito: le ondate di luce dell’alba che colorano il cielo e tutto ciò che ci circonda.
"Sul mare già respirano le bianche vele" cantava una vecchia canzone. Libere nel cielo nuotano parvenze: sono i sorrisi di chi ama la vita.

mercoledì 4 gennaio 2012

Ama le cose perdute

Ama le cose perdute con immagine2

venerdì 16 dicembre 2011

Togliere ai poveri per dare ai ricchi

A volte non basta, o forse non serve, un discorso ragionato. A volte reagisco d'istinto. È proprio in questi casi che un flusso di pensieri e sentimenti chiede di esprimersi subito, di uscire allo scoperto anche in una forma imperfetta e grezza, un grumo, in bilico tra sintesi e invettiva.
Una di queste reazioni mi è sorta dall'ascoltare, in questi giorni, ed oggi in particolare, parole per me inaccettabili come la recentissima: paghino anche "i meno abbienti".
L'espressione "i meno abbienti" che si spende e spande per non parlare della realtà della vera emergenza; ossia dei tanti poveri che ogni giorno aumentano di numero nella nostra sventurata realtà nazionale e non, mi sembra particolarmente offensiva. Particolarmente quando "i meno abbienti" ossia i poveri sono chiamati a pagare. I "meno abbienti" appunto: proprio quelli a cui si dovrebbe maggiore solidarietà ed attenzione, non necessariamente in forme di beneficenza o elargizioni umilianti, anche perché, in buona e concreta sostanza, parliamo di famiglie con bambini, e non di fantomatici bamboccioni a paghetta di mamma e papà, parliamo di persone che hanno lavorato davvero una vita, parliamo di famiglie con vecchi e malati, di persone deboli o impossibilitate ed incapaci di avere privilegi e un tenore di vita elevato.
A questi si vuole, cercando anche di orientare l'opinione pubblica perché si acconsenta volentieri, togliere.
A questi si vuole rubare il poco.
A questi spetta il nome di ladri dei poveri.
Ecco spiegato, casomai interessi, il senso di questa mia protesta in versi liberi.

Voi che togliete ai poveri

Il quarto stato - di Giuseppe Pelizza da Volpedo.
Un'immagine che parla alle coscienze


Vorrei dir che è rapina,
quel che togliete ai poveri,
vorrei lanciarvi contro
quel che vi meritate:
sentimenti di pietra
come l’ira del giusto,
la sprezzante fatica,
lo sgomento innocente,
diffidenze di madri,
e dei vecchi i sospetti.

Vorrei chiamarvi servi
delle vostre bandiere,
quelle dell’apparenza,
strisciante che v’inquina.
Ma non vi lanceremo
l’odio che meritate.
Ma non odiamo è chiaro
anche troppo il disegno
di quello che volete
e contro noi  tramate.  

Vorrei dirvi briganti,
ma voi non siete uomini:
perciò colpire i poveri
lo chiamate equità.
La rabbia vi fa gioco
nella vostra partita
volete la violenza
la vendetta tentate,
ma non ci cascheremo:
sbranatevi da soli.

Vorrei chiamarvi ladri,
voi che togliete ai poveri,
vorrei lanciarvi contro
quel che vi meritate
come Dante ai rognosi
ai ladri ed ai ruffiani
o agli usurai già gonfi
d’acqua che interna soffoca
voi pur soffocherete.

Voi che togliete ai poveri
solo parole e sdegno
vi arrivino roventi:
non siamo come voi.
Se pensate di averci
sotto il vostro tallone
toglietevi le sete,
lane preziose e fronzoli
vi troverete marci
sotto maschere putride.

Vorrei chiamarvi ladri,
perché togliete ai poveri,
vorrei lanciarvi contro
quel che vi meritate. 
Vi lasciamo alla vostre
pingui borie e arroganze .
Che vi soffocheranno
anche senza di noi.