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venerdì 17 ottobre 2025

Vita vissuta - La volontà di afferrare e comprendere

 U. X.

I. Un ragazzo non è soltanto un ragazzo, un adolescente, un giovane, un diciassettenne, un diciottenne, un figlio, uno studente, un allievo, un sognatore, un prepotente. Non è solo un ribelle, che smania e si deprime,  che sfida e ha paura, giudica ma si aspetta pazienza e rispetto, provoca e se ne infischia delle conseguenze.

Un ragazzo è un rapinatore di sentimenti che detesta la solitudine, ma impone la sua intransigenza anche a chi lo ama; e non patteggia per convenienza o per comodo, ma neanche per temperanza. Un ragazzo ha il formidabile problema vitale di cercare se stesso, ed anche per questo considera un torto le domande,  le prediche, le sentenze.

E' già tanto insopportabile il conflitto violento che porta dentro di sé che ne uscirebbe per non sentirlo più urlare. E se ne avesse la forza prenderebbe in mano il suo cuore per rallentarne il ritmo e trovare l'intervallo necessario alle storie di tenerezza e al calore, ed afferrerebbe il suo respiro per ricacciarselo dentro e modularlo sul tempo della vita e dell'amore. Ma nemmeno le sue storie e la vita sono soltanto vita e storie per lui.

II. Solo una voglia ed un tempo per afferrare e capire più in là; sfide accettate come ossessioni, ansie di chi cerca esperienze e si mette alla prova. Per sé, per i suoi amici.

Visi e occhi scuri, nervi e sangue nel passo veloce, radunarsi e cercarsi, fare gruppo ed andare: le mani in tasca, la testa insaccata nelle spalle, la complicità taciuta o sottintesa.

Ragazzi con aspetto da uomini, ragazzi che gli adulti non giustificano e guardano con sospetto e diffidenza, e che per loro ghignano parole di offensive e rapaci lusinghe. Ragazzi che non cedono all'inganno e non mentono, chiusi e nascosti nel loro corpo già grande.

Corpi insofferenti, tagliati, graffiati, feriti, frugati.  Da temere.

III. Quella notte sopra di lui, bianco non fu un viso che interroga, né l'impallidire delle nuvole sbrindellate dal vento. Fu bianco il bagliore, orribile agli occhi, e lo smarrimento nel letto di ferro che sprofondava; i camici e le flebo, le lenzuola estranee e l'acciaio, le plastiche e un'insegna con sopra una croce; lui negava e taceva, ma sentiva agitarsi dentro il veleno  raccolto per ore. Riconosceva ed udiva il rombo cupo, il tremito e l'estraniante delirio quando, rigido e stordito, ha avuto ancora un guizzo di rabbia, di rifiuto e di sfida contro il gorgo della soglia finale.

Lo hanno strappato e riafferrato le braccia e la lunga paura stretta da Nick, gli amici abituati allo sgomento seduti in fila, fuori nel neon perchè accanto a lui solo il bene era rimasto.

E per lui poi l'orgoglio di chilometri nell'alba percorsi serrando i denti sulla nausea, ma con passo sempre più fermo per il pensiero inquieto. Che la madre il suo sonno continui, e non sappia. Che un riscatto cominci da subito e non gli sia negato.

IV. Ma un ragazzo, grande come un uomo, è ancora un ragazzo, è incosciente violenza, è ancora paura. Al contrario dei suoi giudici astiosi che sono diffidenza incapace di amare, ottusa volontà di sopraffare e sottomettere: meschine necessità dell'ossequio comunque.

Nemica è l'aura silente di chi parla da solo e per sé.

E nemica è la cortina grigia di cocci taglienti e di frasi smozzicate non concluse, di allusioni oltraggiose, di mezzi pensieri sussurrati ammiccando.

V. E quanti ancora saranno i giorni da attendere e ancora quante le scale da scendere senza ritorno, quante le fughe incoscienti dietro ad angoli e gli spezzoni di tenebre, e quante le notti in cui ancora sospeso tra due quarti di luna e due di nuvole stracciate lui starà sospeso su in alto sul filo più instabile?

 Serena 03- 05 di tanto tempo fa

 

VI. Chiamo, lo chiamo, perché mi senta, perché scenda per trovare anche qui il suo passo, ma prego, sì prego che continui il suo volo per afferrare e comprendere. Purché non prenda scorciatoie, purché finalmente resista e risponda da grande alla voce della ragione: lucido e freddo.
E con l'incendio solo nel cuore.


 

 


 

 

venerdì 24 maggio 2024

Davide e Ciccio (due specie di giovane amore)

 Circa dieci anni fa, in una Roma sempre uguale e sempre diversa.

 

Davide e Ciccio, miei studenti

(due specie di giovane amore)

Davide ha diciotto anni, abita a Roma al Torrino, un quartiere residenziale con ambizione di discreta eleganza tra l'Eur e il Raccordo Anulare. E’ un lungo ragazzo magro che sembra uscito, se fosse possibile, da un incrocio tra un pioppo cipressino e un salice piangente. E’ al quinto anno di Istituto Telematico e affronterà l'esame di stato. Ha sempre studiato con diligenza e ottenuto dai professori un consolidato giudizio positivo grazie al quale vive di rendita amministrando il suo vantaggio, come fanno le squadre di calcio maggiori che, sul due a zero, rallentano il ritmo ed esibiscono danzati virtuosismi arrivando al 90° senza affaticarsi.

Ha gusti non di tendenza e non omologati alla massa dei giovani romani: infatti tifa Ternana e porta al collo la sciarpa verde-rossa della squadra che segue anche in trasferta.

Va da sempre in vacanza a Scauri dove d'estate gira in bicicletta per scoprire bellezze archeologiche e non, ma soprattutto per la gioia di pedalare.

Là è possibile incontrarlo (o anche solo immaginarlo) mentre, solitario e felice, si affatica: le lunghe gambe in moto come infaticabili stantuffi, la figura allungata e curva sul manubrio, i capelli crespi e biondi incollati alla testa. Il suo viso geometrico è illuminato da occhi chiari, apparentemente svagati e percorso dai fremiti percettivi di osservatore ironico e memorizzatore paziente. Ha alcune doti (responsabile, educato, buono, intelligente) ed imperfezioni (cocciuto, parsimonioso, po' esibizionista); oltre alla passione per la bicicletta, nutre tre appassionati, e forse insoliti, amori: gli autobus, i tram e i treni.

Spesso trascorre i pomeriggi viaggiando sulle ferrovie regionali lungo tratte percorribili in poche ore. Sale sul treno e sceglie uno scompartimento vuoto dove si sistema a suo agio e lì studia le lezioni per il giorno dopo o fantastica felice guardando fuori dal finestrino il paesaggio che fugge veloce. Atre volte invece sale su un autobus o sulla metropolitana soltanto per il piacere di viaggiare da un capolinea all'altro. Conosce a memoria non solo i percorsi, le stazioni ferroviarie e i nomi dei treni, ma anche quelli di tutte le linee urbane ed extraurbane dell'Atac di Roma delle quali cita senza incertezze numeri, fermate obbligatorie e a richiesta. E' in grado di predisporre con efficiente esattezza l'itinerario e i nodi di scambio tra metro, tram e autobus su qualsiasi percorso. Se ha voglia di un pezzo di pizza non scende sottocasa, ma attraversa la città con due linee di metro perchè quella della rosticceria della stazione Cornelia è, lui dice, più buona ed economica.

 

Anche Ciccio ha diciotto anni ed abita a Roma ma al Quartaccio, un quartiere popolare molto degradato e spesso in cronaca per fatti di malavita. Ha i capelli rasati, occhi azzurri da bambino su un viso tondo e regolare dall’espressione tra l’ironico e l’impaziente. Frequenta la stessa scuola di Davide ed è ripentente cronico e recidivo.

Anche Ciccio ama gli autobus e la Metro ed ha una sciarpa della squadra del cuore per la quale si esalta e commuove. Quando morì suo nonno volle mettergli accanto la maglia biancoazzurra della Lazio, e solo dopo questo gesto di complice tenerezza l'ha salutato per l'ultima volta.

Ma tanto Davide tende alla regola formale  e all'organizzazione quanto Ciccio è un trasgressivo insofferente alle prescrizioni e viscerale pur se affettuoso ed estroverso. Veste largo: pantaloni over size, t-shirt, felpa, cappellino, scarpe da ginnastica. La sua prof di lettere lo ha aiutato a scoprire la poesia moderna e si è entusiasmato per Baudelaire, Rimbaud e altri maledetti, Pound compreso. La prof gli ha regalato un rimario che aveva portato in classe e gli ha ceduto volentieri quando ha visto i suoi occhi accendersi di desiderio.

Ciccio non studia quasi mai forse perché si considera un artista. Ha un'inclinazione spontanea per il ritmo, la rima e il suono ed ha organizzato anche a scuola concerti della sua musica: l'hip hop, perché lui è un b-boy, un rapper e un writer. Infatti invece di seguire le lezioni di Elettronica, Matematica o Fisica disegna, oppure consulta il rimario e scrive versi per le sue canzoni.

Il suo vocabolario è inzeppato di verbi come taggare, spakkare o devastare, ma la sua è smania da uccel di bosco e non violenza da predatore; la sua sregolatezza scolastica è anche un'inevitabile conseguenza dell'altrove a cui la sua anima e il suo cuore tendono. Anche Davide tende all'evasione e alla fuga verso luoghi imprecisabili, ma vorrebbe raggiungerli programmando meticolosi orari e coincidenze il che è forse una contraddizione.

Ci sono tante specie di amore e Davide e e Ciccio amano in modo diverso.

Davide è uno sportivo contemplativo, adorante, immaginativo e pattuito e le ragazze gli preferiscono i ragazzi più omologati e firmati, dotati di automobile o almeno di motorino; infatti che gusto c'è ad uscire o vagare verso l'ignoto con un fidanzato che ha programmato un'evasione sentimentale in autobus?

Ciccio è un artista possessivo e dissacratore, ma si dichiara fedele anche se conquista e perde ragazze con facilità.

Davide è ordinato e preciso osservante dell'ordine costituito.

Ciccio è caotico e compie notturne incursioni per taggare con gli spray i vagoni della metro o le vetture degli autobus, però giura che non imbratterebbe mai un monumento o un muro di una casa.

Ciccio e Davide viaggiano sugli stessi autobus e metropolitane ma salgono ai capolinea in ore diverse e quindi non si incontrano se non a scuola che uno frequenta episodicamente mentre l’altro con assoluta regolarità.

Ciccio esce randagio tra ombre e oscurità  della notte romana cercando angoli e muri poco frequentati per dar vita alla sua sfida creativa, mentre Davide ama il cielo luminoso della città e i panorami estesi che ammira con suoi occhi geometrici disegnati sul suo viso triangolare ove trascorrono, come in una grafica futurista, i numeri degli autobus e gli orari dei treni sovrapposti alle immagini frammentate delle strade abbacinanti di Scauri percorse pedalando da solo. Sulle sue spalle un po’ curve conserva il calore del sole assaporato come una carezza mentre nel suo respiro, controllato come tutte le sue emozioni, ritrova il ritmo giusto per una nuova fatica: quella di una salita superata, di una meta raggiunta, di una prova di sé che racconterà, sornione, in classe imitando la voce di Giampiero Galeazzi.

Negli occhi azzurri di Ciccio si riflette un cuore impulsivo dove batte l'amore per la libertà, il rap, l'irragionevolezza. Per questo non è riuscito a convivere con la scuola, che l'ha meritatamente respinto. Ma se lo avesse accettato lui sarebbe rimasto volentieri in classe a subire Elettronica e Matematica e pur di raccontare e rivivere (con la stessa tenuità balzante di una bolla di sapone) le sue tag, le sue frequentazioni di centri sociali, di barboni, di personaggi alternativi e bevitori, di stazioni e gallerie della metro e di vagoni ferroviari visitati di notte a Termini, di birraterapia (suo il neologismo), di musica, di vita appunto. I suoi amici Orso, Omar, Tony, Buio sarebbero ancora capitati, più o meno clandestinamente, nella sua scuola, entrando dalla porta posteriore del bar per stare con lui durante quella stessa  ricreazione che Davide trascorre invece con i professori ai quali chiede puntigliose  spiegazioni ed ulteriori esempi alla lavagna.

 

Tra le tante disapprovazioni di colleghi e presidi, guadagnate in una vita di lavoro a scuola, quella sulla mia ostinata e solitaria difesa di Ciccio è stata certamente una delle più meritate. Ma gliela dovevo, visto che sull'hip-hop e i murales ho imparato molto da lui.

Ora so che il tempo non ha cambiato molto Davide il quale dopo aver superato l'esame di stato, ovviamente con il massimo dei voti, ha iniziato a lavorare a progetto con discreta soddisfazione.

E mi ha telefonato anche Ciccio: due volte. Quando è morto il suo papà e quando è nata la piccola bimba colorata che lui ha avuto dalla sua compagna colorata. Tutto ciò non gli ha semplificato la vita, ma esprime tuttavia la sua invincibile, incoerente e spericolata ricerca dell'altrove e della felicità.

 

mercoledì 14 dicembre 2011

Ettore - Segnali di vita

Sfoglio, a volte, gli album con le foto del tempo già vissuto. Ad aprirli ci vuole la frazione di secondo, ma poi è come entrare nella macchina del tempo e volerci rimanere. Guardo le immagini e mi arrivano pensieri, come una musica con parole a lungo sedimentate che continuano a parlare di cambiamento. Una canzone. Il tempo cambia molte cose nella vita il senso le amicizie le opinioni che voglia di cambiare che c'è in me si sente il bisogno di una propria evoluzione sganciata dalle regole comuni da questa falsa personalità. L’effetto è quello di guardarsi allo specchio in modo diverso e riconoscersi in quell’immagine, o forma, ritrovando se stessi come si è dentro, e non come qualcosa da esporre agli altri.Una nostra comune immagine riflessa (dove, come diceva un vecchio film, non c’è mai la verità perché quel che è destra è sinistra e quel che è sinistra è destra) non ci sempre ci soddisfa. Invece, se scrutassimo nello specchio degli occhi dell’animo, io credo che quello che vediamo potrebbe piacerci. No, non si tratta di rimpianti o nostalgia. Si tratta di voler bene ciò che siamo e, in buona coscienza, ciò che siamo stati. Per questo non cerco mai nessun surrogato del paradiso, per questo non voglio dimenticare nulla. Il tempo, è vero, cancella e cambia molte cose, ma solo ciò che non abbiamo davvero vissuto a cuore aperto, mentre ci fa anche amare di più tutto ciò che, come naufraghi senza tempesta, vogliamo ostinatamente portare con noi. Guardo, adesso, immagini scattare negli anni settanta, lo stesso periodo in cui sono nate le mie figlie, tuttavia io le vedo e sento simili a quelle della mia infanzia; mi convinco che non sarebbero troppo diverse e penso che sarebbe bello se in tanti si cominciasse ad aprire i nostri cassetti per mettere in circolazione tutte le vecchie foto riposte tra ricordi e sentimenti. Ci sono stati anni in cui tutto cambiava e il modo progrediva velocemente, ma il fondo dell’animo delle persone conservava un patrimonio di memorie e cultura, sentimenti e tradizioni. Ci sono stati anni in cui non siamo stati anime invase e sopraffatte o indifferenti. In quegli anni lo specchio era un oggetto ma era anche vanitas e un ragazzino si vestiva e metteva in ordine perché e come le mamme volevano fosse in ordine, e non come lo voleva la nike o un'altra marca qualsiasi e televisivamente permeante. E certamente non ci si vestiva o metteva in ordine per videizzarsi col telefonino. No, ripeto: Non si tratta di rimpianti o nostalgia. Si tratta di amare quello che siamo e, in buona coscienza, ciò che siamo stati e siamo rimasti senza tradimenti. Si tratta di lasciar parlare immagini da cui c’è ancora tanto da imparare su noi stessi. E’ con questo stato d’animo che mi sono ritrovata a guardar quelle ed altre immagini e ho chiesto di conoscere le storie che racchiudevano. Alcune me le hanno raccontate. Un racconto o una narrazione sono come un filo che si svolge meticolosamente da un gomitolo ben ordinato per diventare trama e tessuto artigianale o una maglia lavorata punto per punto. Ognuno ha una mano diversa e il tessuto o la maglia che sto costruendo io non potrà essere uguale ad un’altra. Ma in questo modo abbiamo già spezzato, senza rumore e definitivamente, un anello della catena dell’omologazione che ci ha portato dal mondo del sentimento e della ragione a quello della vanitas e del vuoto, che prima rifuggivamo. La storia che mi racconta, ad esempio un insegnante di una scuola sportiva è uno di quei fili di gomitolo che diventa una narrazione o tessuto. Sarà uguale e diversa? Non nella sostanza. Parla di Ettore, undici anni, che partecipa, nel dicembre del 197… alla Corsa delle tre contrade organizzata dalla Scuola Sportiva DEPA di Palermo. Nella foto, bellissima, si vedono tre ragazzini ed Ettore è il più alto. Ha un fisico asciutto e non sorride, ha i capelli un po’ arruffati e sembra affannato a differenza dei suoi compagni che sembrano tranquilli pur se presi dalla situazione. Il filo del gomitolo si dipana, e l’insegnante, perché questa storia dobbiamo narrarla insieme, mi racconta. “Ettore è nato in una famiglia che per tradizione ha lavorato con gli animali. Negli anni sessanta e settanta in seguito alla grande cementificazione del nostro quartiere che si estende dalle falde del Monte Pellegrino sino al mare, molti dei gruppi familiari che vivevano di allevamento del bestiame, continuarono questo lavoro non più in zone adibite a pascolo ma in stalla. Ettore ha aiutato la famiglia in questa fase. Lo ha fatto abbeverando le mucche, dando loro il fieno ed altri vegetali, aiutando il padre a trasportare l'erba raccolta alle pendici del monte, pulendo la stalla, distribuendo il latte munto presso le famiglie che lo richiedevano.” Dunque quel bambino quindi frequenta la scuola elementare e segue le lezioni; per lui sedersi al banco è come tirare un sospiro di sollievo e riposare il corpo per dare aria alla mente. “Nei periodi scolastici Ettore doveva svolgere parte di questi lavori durante la giornata, cercando di seguire anche le lezioni e di fare anche i compiti.” Ettore cresceva sano e robusto e, come è naturale che sia, provava un po’ d'invidia per gli altri ragazzini che non avevano di queste incombenze di lavoro.” Afferro quel filo e vedo Ettore correre verso la scuola sportiva e materializzarsi al fianco dei suoi insegnanti. Lo vedo sbrigarsi a finire con il bestiame, incombenza faticosa e che richiede accuratezza e precisione, per non perdere la possibilità di far parte di un gruppo e di seguire i suoi maestri. Per lui questi contatti sono ossigeno ed entrare nel campetto per presentarsi ai maestri è come spiccare finalmente il volo. Parallelamente penso che ragionare sulla sua condizione di bambino che aiuta la famiglia nel lavoro quotidiano e forse lasciarsi andare a giudizi anacronistici e moralistici parlando di lavoro minorile non abbia, oggi, nessun senso. La nostra presunzione moralista, dopotutto, si ferma sulla soglia di casa nostra e comunque lasciamo che il mondo vada come va. La condizione della vita quotidiana di Ettore era quella e non per scelta o accanimento, ma per ragioni storiche che dobbiamo accettare come tali. L’infanzia di oggi appare più tutelata ed ha garanzie formalmente diverse. Ma sulla probabilità che sia realmente più felice e fiduciosa sul senso dell’esistenza o che cresca genericamente meglio, abbiamo semplicemente staccato il tagliando di una scommessa che è tutta da verificare. Ora capisco quell’aria spettinata e lo sguardo che interroga e non dà nulla per scontato. Ogni attimo di scuola che per gli altri è un impegno per lui è invece un premio. “Alla DEPA “ mi dice ancora l’insegnante, “assieme alle attività proprie dei corsi della Scuola Sportiva abbiamo proposto gare di corsa, meeting di atletica leggera, tornei di calcio, etc con la partecipazione aperta a tutti i ragazzini del quartiere. Ettore, grazie a queste attività che hanno avuto sempre una valenza educativa, ha trovato l'ambito dove essere alla pari con gli altri ragazzini. Nei suoi periodi "liberi" ce lo ritrovavamo accanto sempre pronto ad accogliere il nostro assenso ad includersi nelle attività dei corsi.” Mi spiego anche le spalle e del ragazzo, nella foto leggermente curve, come se stesse per assumere la posizione di partenza e al tempo stesso si rilassasse in attesa dell’impegno di una competizione attesa e anelata. Mi spiego lo sguardo consapevole, da adulto. Le parole del suo insegnante documentano i fatti. “Ettore quando ha partecipato alla gara aveva 11 anni e frequentava la quinta elementare. La distanza della corsa era di circa 2 Km ed Ettore si è classificato tra i primi. Il percorso della gara lo abbiamo modificato per farla passare davanti la stalla di Ettore. Lui aspetta dunque solo il via per lasciar correre gambe e cuore, per slanciarsi a perdifiato gareggiando lungo le strade delle tre contrade, per confrontarsi con i compagni e magari accelerare al massimo negli istanti in cui passa davanti alla stalla della famiglia orgogliosa della sua partecipazione. Un passero, con il cuore grande, da uomo. Dopo la corsa tornerà a casa felice e continuerà il lavoro, finirà i compiti e si preparerà al riposo con la mente rivolta al suo domani che, lui spera, sarà diverso da quello di tutti gli altri. Segnali di vita nei cortili e nelle case all'imbrunire ….. “Inutile dire che noi insegnanti della DEPA tifavamo in modo un po’ velato per la vittoria di Ettore.” Tifiamo anche noi, seppure a distanza perché ora il tempo si è annullato e negli occhi di tutti c’è solo il numero 34 sulla maglia di Ettore, quel ragazzino asciutto che “dialogava con gli sguardi, con il sorriso maturo e intelligente, con la sua presenza sempre composta e che esprimeva fiducia, dialogava con la sua ricca e forte motricità”. La mattina della Corsa delle tre contrade Ettore svegliandosi non poteva sapere che dopo tanti anni si sarebbe ancora parlato della sua partecipazione alla gara. Ma anche se lo avesse saputo avrebbe probabilmente scrollato le spalle e pensato solo che si doveva sbrigare il più possibile per anticipare il lavoro. Ettore, un nome di famiglia, ma anche dell’eroe omerico che rappresenta insieme il mito della pietas famigliare e del coraggio ardito; Ettore 11 anni e tanti sogni a lui stesso indistinti. Ma l’impresa lo attende e non c’era tempo per pensare perchè uno dei suoi sogni è ora a portata di mano. Dunque si alza dal letto alla svelta per essere puntuale, alle nove nsieme agli altri ragazzi. Si veste: scarpe, calzoni lunghi, una maglietta su cui era già stato attaccato quel numero che è solo suo. Non era tempo di divise quello, né di maglie con lo sponsor o di marche con grandi firme: per tutti bastava la solita semplice maglietta e la determinazione ad esserci. I ragazzi di quegli anni sono ancora solo ragazzi, simili a quelli della via Pál. Non posso impedirmi di pensare ad una qualsiasi corsa di ragazzini oggi: denari e tempo da spendere per scegliere il look, la famiglia mobilitata, una colazione da campione del mondo in trasferta di lusso, le videocamere e telefonini in azione, parenti disposti lungo il percorso (in alcuni casi predisposti alla competizione o ad un tifo esagerato essi stessi). E poi? Poi nulla, si spengono le luci e molti non si chiedono “ti accorgi di come vola bassa la mia mente? E colpa dei pensieri associativi se non riesco a stare adesso qui.” Corri dunque Ettore! Siamo stati, e vogliamo ancora essere, simili a te; non certo migliori. Corri ancora Ettore perché la tua corsa è passione per la vita e le nostre anime non temeranno di specchiarsi nel vuoto. (Fine anni cinquanta, ero ragazzina, e giocavo a campana o correvo dietro a un palla. Ma prima di poter andare a giocare dovevo lavare i piatti e fare tutti i compiti. Appena era possibile scendevo subito sotto casa dove si giocava tutti all’Iliade. Sì perchè in prima media si studiava Omero, e nei cortili e nei campi della periferia della città dove vivevo allora noi passavamo i pomeriggi formando bande di Achei e Troiani. Io ero un guerriero acheo e avrei voluto essere Achille, ma quel ruolo spettava a Sergio, un ragazzino che si era procurato uno scudo di cartone (fatto con un piatto di quelli su cui appoggiare le torte di pasticceria) con relativa spada. Battaglie, scontri, duelli: corse e sassate. Il ruolo di Ettore era, ovviamente, di un ragazzino della banda opposta. Oggi vorrei essere nella sua.) Segnali di vita nel cortile e negli spazi all’imbrunire le luci fanno ricordare le meccaniche celesti.