d'arancio e mandarino scartocciati.
venerdì 20 dicembre 2024
Vigilia di Natale
d'arancio e mandarino scartocciati.
giovedì 4 luglio 2024
Ricordo di latte
La mia lattaia si
chiamava Jolanda.
Era una donna di quelle col fazzoletto legato con le cocche dietro la testa e
calato sulla fronte; tutte le mattine presto ci portava il latte a casa con un
apposito bigonciolo di alluminio ben chiuso dal suo tappo che pendeva appeso a
una catenella.
Jolanda mi sorrideva,
le guance rosse, le mani da lavoratrice: infilava un mestolo nel contenitore e
versava il latte direttamente nel nostro bollitore di alluminio. Mi ricordo il
profumo di quel latte appena munto, freschissimo, e ancora crudo.
Sono sempre stata una che aspira i profumi, li cerca. Quel profumo non finirà
mai di rallegrarmi mentre mi rattrista tanto che abbiano trasformato il latte
in un alimento troppo spesso quasi velenoso. Proprio il latte. Proprio lui.
Oggi il latte non è arriva più dalle nostre mucche, splendide creature generose, ma di qualche ricca multinazionale che lo tratta e forse inquina e che ci intossica, non fa più bene i bimbi.
venerdì 24 maggio 2024
Davide e Ciccio (due specie di giovane amore)
Circa dieci anni fa, in una Roma sempre uguale e sempre diversa.
Davide e Ciccio, miei studenti
(due specie di giovane amore)Davide ha diciotto anni, abita a Roma al Torrino, un quartiere residenziale con ambizione di discreta eleganza tra l'Eur e il Raccordo Anulare. E’ un lungo ragazzo magro che sembra uscito, se fosse possibile, da un incrocio tra un pioppo cipressino e un salice piangente. E’ al quinto anno di Istituto Telematico e affronterà l'esame di stato. Ha sempre studiato con diligenza e ottenuto dai professori un consolidato giudizio positivo grazie al quale vive di rendita amministrando il suo vantaggio, come fanno le squadre di calcio maggiori che, sul due a zero, rallentano il ritmo ed esibiscono danzati virtuosismi arrivando al 90° senza affaticarsi.
Ha gusti non di tendenza e non omologati alla massa dei giovani romani: infatti
tifa Ternana e porta al collo la sciarpa verde-rossa della squadra che segue
anche in trasferta.
Va da sempre in vacanza a Scauri dove d'estate gira in bicicletta per
scoprire bellezze archeologiche e non, ma soprattutto per la gioia di pedalare.
Là è possibile incontrarlo (o anche solo immaginarlo) mentre, solitario
e felice, si affatica: le lunghe gambe in moto come infaticabili stantuffi, la
figura allungata e curva sul manubrio, i capelli crespi e biondi incollati alla
testa. Il suo viso geometrico è illuminato da occhi chiari, apparentemente
svagati e percorso dai fremiti percettivi di osservatore ironico e memorizzatore
paziente. Ha alcune doti (responsabile, educato, buono, intelligente) ed imperfezioni
(cocciuto, parsimonioso, po' esibizionista); oltre alla passione per la
bicicletta, nutre tre appassionati, e forse insoliti, amori: gli autobus, i
tram e i treni.
Spesso trascorre i pomeriggi viaggiando sulle ferrovie regionali lungo
tratte percorribili in poche ore. Sale sul treno e sceglie uno scompartimento
vuoto dove si sistema a suo agio e lì studia le lezioni per il giorno dopo o
fantastica felice guardando fuori dal finestrino il paesaggio che fugge veloce.
Atre volte invece sale su un autobus o sulla metropolitana soltanto per il
piacere di viaggiare da un capolinea all'altro. Conosce a memoria non solo i
percorsi, le stazioni ferroviarie e i nomi dei treni, ma anche quelli di tutte
le linee urbane ed extraurbane dell'Atac di Roma delle quali cita senza
incertezze numeri, fermate obbligatorie e a richiesta. E' in grado di
predisporre con efficiente esattezza l'itinerario e i nodi di scambio tra
metro, tram e autobus su qualsiasi percorso. Se ha voglia di un pezzo di pizza
non scende sottocasa, ma attraversa la città con due linee di metro perchè
quella della rosticceria della stazione Cornelia è, lui dice, più buona ed
economica.
Anche Ciccio ha diciotto anni ed abita a Roma ma al Quartaccio, un
quartiere popolare molto degradato e spesso in cronaca per fatti di malavita. Ha
i capelli rasati, occhi azzurri da bambino su un viso tondo e regolare dall’espressione
tra l’ironico e l’impaziente. Frequenta la stessa scuola di Davide ed è
ripentente cronico e recidivo.
Anche Ciccio ama gli autobus e la Metro ed ha una sciarpa della squadra
del cuore per la quale si esalta e commuove. Quando morì suo nonno volle
mettergli accanto la maglia biancoazzurra della Lazio, e solo dopo questo gesto
di complice tenerezza l'ha salutato per l'ultima volta.
Ma tanto Davide tende alla regola formale e all'organizzazione quanto Ciccio è un
trasgressivo insofferente alle prescrizioni e viscerale pur se affettuoso ed
estroverso. Veste largo: pantaloni
over size, t-shirt, felpa, cappellino, scarpe da ginnastica. La sua prof di
lettere lo ha aiutato a scoprire la poesia moderna e si è entusiasmato per Baudelaire,
Rimbaud e altri maledetti, Pound compreso. La prof gli ha regalato un rimario
che aveva portato in classe e gli ha ceduto volentieri quando ha visto i suoi
occhi accendersi di desiderio.
Ciccio non studia quasi mai forse perché si considera un artista. Ha un'inclinazione
spontanea per il ritmo, la rima e il suono ed ha organizzato anche a scuola
concerti della sua musica: l'hip hop, perché lui è un b-boy, un rapper e un
writer. Infatti invece di seguire le lezioni di Elettronica, Matematica o
Fisica disegna, oppure consulta il rimario e scrive versi per le sue canzoni.
Il suo vocabolario è inzeppato di verbi come taggare, spakkare o devastare, ma la sua è smania da uccel
di bosco e non violenza da predatore; la sua sregolatezza scolastica è anche un'inevitabile
conseguenza dell'altrove a cui la sua anima e il suo cuore tendono. Anche
Davide tende all'evasione e alla fuga verso luoghi imprecisabili, ma vorrebbe
raggiungerli programmando meticolosi orari e coincidenze il che è forse una
contraddizione.
Ci sono tante specie di amore e Davide e e Ciccio amano in modo diverso.
Davide è uno sportivo contemplativo, adorante, immaginativo e pattuito e
le ragazze gli preferiscono i ragazzi più omologati e firmati, dotati di
automobile o almeno di motorino; infatti che gusto c'è ad uscire o vagare verso
l'ignoto con un fidanzato che ha programmato un'evasione sentimentale in autobus?
Ciccio è un artista possessivo e dissacratore, ma si dichiara fedele anche
se conquista e perde ragazze con facilità.
Davide è ordinato e preciso osservante dell'ordine costituito.
Ciccio è caotico e compie notturne incursioni per taggare con gli spray i
vagoni della metro o le vetture degli autobus, però giura che non imbratterebbe
mai un monumento o un muro di una casa.
Ciccio e Davide viaggiano sugli stessi autobus e metropolitane ma salgono
ai capolinea in ore diverse e quindi non si incontrano se non a scuola che uno
frequenta episodicamente mentre l’altro con assoluta regolarità.
Ciccio esce randagio tra ombre e oscurità della notte romana cercando angoli e muri
poco frequentati per dar vita alla sua sfida creativa, mentre Davide ama il
cielo luminoso della città e i panorami estesi che ammira con suoi occhi
geometrici disegnati sul suo viso triangolare ove trascorrono, come in una
grafica futurista, i numeri degli autobus e gli orari dei treni sovrapposti alle
immagini frammentate delle strade abbacinanti di Scauri percorse pedalando da
solo. Sulle sue spalle un po’ curve conserva il calore del sole assaporato come
una carezza mentre nel suo respiro, controllato come tutte le sue emozioni, ritrova
il ritmo giusto per una nuova fatica: quella di una salita superata, di una
meta raggiunta, di una prova di sé che racconterà, sornione, in classe imitando
la voce di Giampiero Galeazzi.
Negli occhi azzurri di Ciccio si riflette un cuore impulsivo dove batte
l'amore per la libertà, il rap, l'irragionevolezza. Per questo non è riuscito a
convivere con la scuola, che l'ha meritatamente respinto. Ma se lo avesse
accettato lui sarebbe rimasto volentieri in classe a subire Elettronica e
Matematica e pur di raccontare e rivivere (con la stessa tenuità balzante di una bolla di
sapone) le sue tag, le sue frequentazioni
di centri sociali, di barboni, di personaggi alternativi e bevitori, di
stazioni e gallerie della metro e di vagoni ferroviari visitati di notte a
Termini, di birraterapia (suo il neologismo), di musica, di vita appunto. I
suoi amici Orso, Omar, Tony, Buio sarebbero ancora capitati, più o meno
clandestinamente, nella sua scuola, entrando dalla porta posteriore del bar per
stare con lui durante quella stessa
ricreazione che Davide trascorre invece con i professori ai quali chiede
puntigliose spiegazioni ed ulteriori esempi
alla lavagna.
Tra le tante disapprovazioni di colleghi e presidi, guadagnate in una
vita di lavoro a scuola, quella sulla mia ostinata e solitaria difesa di Ciccio
è stata certamente una delle più meritate. Ma gliela dovevo, visto che sull'hip-hop e i murales
ho imparato molto da lui.
Ora so che il tempo non
ha cambiato molto Davide il quale dopo aver superato l'esame di stato,
ovviamente con il massimo dei voti, ha iniziato a lavorare a progetto con
discreta soddisfazione.
E mi ha telefonato anche
Ciccio: due volte. Quando è morto il suo papà e quando è nata la piccola bimba
colorata che lui ha avuto dalla sua compagna colorata. Tutto ciò non gli ha
semplificato la vita, ma esprime tuttavia la sua invincibile, incoerente e
spericolata ricerca dell'altrove e della felicità.
sabato 13 aprile 2024
Fiore di primavera Elleboro
Lungo la strada ho visto
sotto il sole, tra polvere e vapori
di auto indifferenti
bottoni gialli al sole
fratelli, risplendenti.
Intorno a quei bottoni
perfino un po' sfacciati
fiorivano corolle
bianche, già stropicciate
a macchie un po' farfalle
come all'asfalto scialle.
Cercavo il nome, ma non ricordavo
e all'improvviso: "Elleboro"
quel ranuncolo grande
faceva suo il mio sguardo
sventolando dei petali
umili, ma a stendardo.
sabato 11 novembre 2023
Cesare Pavese, una riflessione modesta
Pavese: una passione. Provo a dirlo brevemente.
Rileggo La luna e i falò.
Un libro
che cambia man mano che la vita ci cambia.
La prosa: meraviglia di un ritmo
spoglio, arcaico, intarsiato di prestiti e costrutti dalla parlata regionale.
Catartico il racconto che non risolve, non conclude, non spiega eppure, eppure
sì è un magma simbolico senza tempo. Universale, eppure chiede silenzio.
Tali sono i grandi miti, e Pavese qui è mito.
E poi, in me modesta lettrice, dolore profondo contro chi,
invece, corrivamente parla di un Pavese "suicida per amore".
Cito a memoria, che sono talmente travolta dalla voglia di dirlo senza far lezioni a nessuno: "non ci si uccide per amore di una donna, ci si uccide perché ogni amore, qualunque amore, rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla."
E mi vien voglia di dire : perché non leggete?Ma perché? Scusate, non ci son forse quelli che, come me, studiano per anni e leggono e cercano, sentendosi insufficienti sempre, di conoscere gli autori nelle loro pieghe più affascinanti e difficili a dirsi e poi rinunciano a dare definizioni, giudizi? Ammettiamo: lo sai che hai letto tanto, ma non ti sembra ancora abbastanza.
Il suicidio degli altri ci sgomenta, è qualcosa che consideriamo irrazionale e troppo conclusivo. Forse proprio del tutto inutile.
"Un amore, rivela la nostra nudità", rivela l'essere indifeso che siamo.
Pavese si uccise, forse, per non difendersi dall'amore, non solo per amore.
mercoledì 7 giugno 2023
Detti e ridetti
Scavi nell’anima, invano ti cerchi,
nel tuo profondo trovi ricordi,
cicli di slanci, ritorni di lacrime.
poi tanti visi, occhi, parole.
Ma ci sei ancora?
Non sei poeta e non sei attore
anche stavolta
non riesci a mentire.
domenica 26 marzo 2023
Pure ci sarebbe almeno
Come se fossero versi
Se non ci fossero più occhi che contemplano la notte
né case bagnate da un fiume che trasporta
le replicate melodie ascoltate delle terre
lentamente attraversate,
e se non nascesse più la Luna
ad addolcire i sospiri e le lacrime
di noiosi poeti
che si ostinano a piangere per l’amore,
come quei mesti Pierrot
che vivono per lacrimare,
e se pure non ci fossero
abbastanza stelle
a illudere che altrove,
sì forse ci sia pace
e solenni giuramenti alla vita,
pure ci sarebbero almeno
una gonna fiorita e luminosa
e una testa pensosa e china;
e ci sarebbe quel gesto
che accarezza la musica
e la sprigiona dal legno,
dall’acqua, dalla notte,
dal sangue
o dalla vita
che la toglie al suo tempo.
Maria Serena Peterlin
mercoledì 22 marzo 2023
Terra (vita) collina
Colline
tappezzate
poligoni a colori
ma sono vigne o ulivi
o grano seminato,
girasole t’affacci,
magari all’incontrario,
o solamente tu:
terra madre e sorella
arata e ripassata
sarchiata e rivoltata
argilla pronta al fango
o al trifoglio fiorito.
Rosso è il trifoglio
rosso, ma è sangue
che non brucia
e bagna tra le dita.
Terra come la vita
con difformi pensieri
fatti, esperienze, doni
amarezze e illusioni.
Terra ch’è desiderio,
è scommessa: di vita.
sabato 18 marzo 2023
Scuola: un esame di maturità anni 80/90
Erano le fasi conclusive di una sessione di Esami di Maturità dell'epoca di fine anni ottanta. Luglio: un'estate romana senza ombre né tregue.
La scuola era afosa, come una cabina telefonica di quelle di
una volta. L’aula dove si svolgevano le prove custodiva un armadio, dentro
l’armadio c’era tutto l’armamentario per gli esami: elaborati scritti, registri
dei verbali, materiali di cancelleria e tesine dei candidati.
Il presidente di commissione mi guarda e mi dice “Serè, abbiamo quasi finito,
oggi facimmo lo scrutinio”. Sussultavo ogni volta che mi chiamava “Serè…”
seria, e inappuntabile come solo io potevo essere in funzione di membro
interno, mi sforzavo di essere cortese con quel millantatore di promozioni che
si cambiava la camicia ogni tre giorni, anzi si rimetteva ogni tre giorni
quelle che aveva lasciato a riposare nella valigia.
Erano altri esami: tutta la commissione veniva da fuori, i commissari
stavano in albergo rilassandosi dalla vita famigliare, oppure spigionavano in
qualità di ospiti presso parenti per risparmiare il gruzzoletto della diaria.
Piccole tristezze e piccole provvigioni. Una vita piccola, in fondo.
La scuola era afosa, dunque, e praticamente deserta; in
segreteria avevano lasciato solo un impiegato e solo una bidella apriva e chiudeva
l’ingresso principale.
I lavori della Commissione si erano prolungati, tra discussioni e
contestazioni: quello di Elettronica, proveniente dall’Alto Adige aveva messo,
tranne per due o tre casi, solo insufficienze.
Era un personaggio spinoso, aveva fatto storie e contestato e
criticato per tutto il tempo la nostra scuola, l’ambiente scolastico romano e
tutto ciò che non gli assomigliasse.
Lo scrutinio si presentava malissimo: sapevo che alcuni miei studenti stavano
davvero in bilico, ero quasi certa che sarebbero stati bocciati.
Nel frattempo il presidente si asciugava il sudore, sempre con
lo stesso fazzoletto piegato: “Non arriva?”
Era la mattina dello scrutinio, tutti presenti tranne il commissario di
Elettronica di cui mancavano notizie.
Lo aspettammo dalle 8 alle 13. Non era epoca di cellulari e
lui, che era venuto dall’Alto Adige, alloggiava da misteriose suore di cui non
aveva lasciato il recapito.
Riuscimmo tuttavia a ricostruire la sua residenza romana e ad
avere il numero del suo albergo monacale; telefonammo: una voce sussurrò che era
partito la sera prima.
Dunque eclissato. Senza spiegazioni.
Era sabato pomeriggio ormai. Gli scrutini furono rimandati in
attesa che arrivasse una sua comunicazione di rinuncia: non poteva, infatti,
essere sostituito se prima non si dimetteva ufficialmente giustificandosi con
un certificato.
Dopo tre giorni trascorsi come non è difficile immaginare arrivò il
certificato, con raccomandata, in tarda mattinata: l’austero che aveva
criticato la scuola di Roma, cialtrona e poco seria, ma aveva inviato un “falso”
certificato da casa sua: era difficile infatti credere che, se stava così male,
si fosse messo in viaggio per centinaia di chilometri. Sto animale (pensai) e
non l’ho mai perdonato.
Purtroppo i suoi voti negativi rimasero scritti sui verbali insieme a quelli di
altri.
Nonostante le lusinghiere promesse del Presidente che mi teneva a bada e mi
diceva “tranquilla Serè, ci penzo io…” i più bravi uscirono con voti mediocri e
i meno bravi furono bocciati.
(A quell’epoca il membro interno si batteva da solo, i colleghi erano tutti in
ferie e lo sfigato rappresentante di classe era come il giapponese nella
foresta. Si illudeva di combattere una guerra che già finita.)
Certamente i miei ragazzi bocciati non erano statati studenti perfetti e
certo all'esame avevano mostrato lacune e non avevano brillato: ma avevano compiuto comunque cinque anni di studio, e avevano ottenuto una sufficiente ammissione, seppure modesta.
Se almeno li avesse bocciati una commissione
come si deve, pensai, masticando amarissimo.
![]() |
| Aula vuota, disegno di un mio studente, Nicola N. |
venerdì 17 marzo 2023
Quasi una allegoria grafica
STRANITà
- STRANA_età
![]() |
| disegno di @Nadagemini |
Quattro
colori e poi solo tracce
che
s'attorcigliano e formano suoni;
sono
invisibili nascoste facce
sono
strumenti e vibrazioni.
Una
corona, un'arpa, una stella
e poi
una nuvola coi suoi bagliori,
ritrae
la penna, che non cancella,
capelli
e riccioli simili a fiori
Ed
ecco muoversi azzurre farfalle
su
prati gialli e tronchi marroni
ecco
le foglie verdi innervate
aprirsi
lucide con nuova pelle
come
pennacchi di faraoni
come
parole di bocche amate.
mercoledì 15 marzo 2023
Pipistrello per scherzo
Con ali di velluto svolazza un pipistrello
con aria da pischello vestito
tutto dark
Lo vedo sì lo vedo e lo
vedevo
lo vedo sì lo vedo
lo vedo e riconosco
lo vedo sì mi sembra
mi sembra un po’ tamarro
vestito dark velluto
e con pure il mantello
Sarà un eroe che vola
o solo un pipistrello?
giovedì 16 febbraio 2023
Annunci Immobiliari
Spigolo tra gli annunci di vendita di case
(sì sto ancora cercando, esploro varie zone)
apro i link mi ritrovo dentro strane dimore
che sanno di vecchietti o signore d'età
probabilmente andati, ma passati di qua
ed ora a miglior vita
(figli e nipoti brindano: han vinto una partita).
Oggetti d'altri tempi, vecchio
mobilio in legno,
modesti allestimenti, usati pavimenti,
cucine vecchio stile, angusti anche i comò,
taccio dei gabinetti di cui nessun parlò.
Ci son pure, assai spesso,
vecchie poltrone o brande:
forse mi sbaglio? Temo il giaciglio di badante.
D'accordo il tempo passa e ogni stagione vola:
ma dai! c'è sempre un limite: son quelle tende, viola.
Segnali
Un merlo già fischia
su rami ancora stenti,
ma si aprono mimose
e l'inverno si scuote
raccogliendo zimarre;
cerca casa quel merlo
tempo di primavera
che sbadiglia un sorriso:
sintomatico risveglio
da vecchie cartoline
smerlate appena, ai bordi.
domenica 5 febbraio 2023
Mandorlo a Febbraio
Non ti sorprenda se cambio
e mi vedo diversa, riga in fronte,mi guardo non illusa nello specchio
cercando in me quello che vorrei
essere, e non sono.
Non ti sorprenda il tempo
che passa e che stagioni tornino
diverse da un attesa convenzione
di frasi finte, fatte di cartone
che io questa non sono.
Come fiorisce il mandorlo a febbraio
così sfida il sorriso, presto il gelo
cricca la resistenza che non cede,
se appena torna verde alle colline
e ne ripete il miele.
martedì 31 gennaio 2023
Parole nella sera
Se mi affaccio alla finestra della nostra casa nel borgo di Petritoli vedo un lato del paese: case allineate e come accroccate in uno stretto giro di mura, in quei momenti allora io penso che sembrano abbracciarsi e stringersi tra loro non solo per le ragioni delle antiche difese che suggerirono quella conformazione urbanistica, ma come per fraternità affettuosa.
Questo pensiero sarà comunemente condiviso?
E se il suono, anzi la voce o un richiamo, risuona tra quel gruppo di case antiche, arroccate che guardano insieme verso il mare e le colline, perché non possiamo desiderare che non sempre si pensi al profitto, all'invidia, al prevalere, all'interesse tra persone ben più vive di quelle case?
Ormai è entrata nel comune lessico (o dovremmo dire citazionismo) la straordinaria e emozionante riflessione di Cesare Pavese, da "La luna e i falò" e che esprime insieme amore e disincanto: "«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».
Se un borgo suscita queste riflessioni ed emozioni non dovremmo, anche noi, sentire che in quel il gusto di andarsene via c'è insieme la voglia di tornare, quella struggente ansia di essere atteso anche quando nemmeno i tuoi cari possono risponderti, ma riposano sereni proprio poche case più in là?
Eppure è vero che tra quelle mura e quei vicoli, come nelle colline che si distendono fino all'Adriatico"c’è qualcosa di tuo" .
Eh no, noi come quelle case siamo fatti per capirci e parlarci, ed è solo l'ignoranza non certo quella delle cose e dei saperi, l'ignoranza dei sentimenti, quel non sapersi lasciare andare oltre la materia, di cui ahimè siamo in parte fatti, che ci rende diffidenti.
Invece quelle case là, né belle né brutte, ma così vere e resistenti, strette strette nella soave sera che scende per tutti, sono là a ricordare e suggerire: non siamo fatti per l'istinto materiale, ma per capirci e comunicare lasciando che il flusso dei sentimenti buoni ci attraversi ed esprima un comune messaggio e che per ascoltarlo valga la pena di attraversare anche i monti e le colline o perfino il mare.














