giovedì 16 febbraio 2023

Annunci Immobiliari


Spigolo tra gli annunci di vendita di case
(sì sto ancora cercando, esploro varie zone)
apro i link mi ritrovo dentro strane dimore
che sanno di vecchietti o signore d'età
probabilmente andati, ma passati di qua
ed ora a miglior vita
(figli e nipoti brindano: han vinto una partita).

Oggetti d'altri tempi, vecchio mobilio in legno,
modesti allestimenti, usati pavimenti,
cucine vecchio stile, angusti anche i comò,
taccio dei gabinetti di cui nessun parlò.

Ci son pure, assai spesso, vecchie poltrone o brande:
forse mi sbaglio? Temo il giaciglio di badante.
D'accordo il tempo passa e ogni stagione vola:
ma dai! c'è sempre un limite: son quelle tende, viola.

Segnali

 

Un merlo già fischia 

su rami ancora stenti,

ma si aprono mimose

e l'inverno si scuote

raccogliendo zimarre;

cerca casa quel merlo

tempo di primavera

che sbadiglia un sorriso:

sintomatico risveglio

da vecchie cartoline

smerlate appena, ai bordi.





domenica 5 febbraio 2023

Mandorlo a Febbraio

 Non ti sorprenda se cambio

e mi vedo diversa, riga in fronte,
mi guardo non illusa nello specchio
cercando in me quello che vorrei
essere, e non sono.


Non ti sorprenda il tempo
che passa e che stagioni tornino
diverse da un attesa convenzione
di frasi finte, fatte di cartone
che io questa non sono.

Come fiorisce il mandorlo a febbraio
così sfida il sorriso, presto il gelo
cricca la resistenza che non cede,
se appena torna verde alle colline
e ne ripete il miele.


martedì 31 gennaio 2023

Parole nella sera

 

Se mi affaccio alla finestra della nostra casa nel borgo di Petritoli vedo un lato del paese:  case allineate e come accroccate in uno stretto giro di mura, in quei momenti allora io penso che sembrano abbracciarsi e stringersi tra loro non solo per le ragioni delle antiche difese che suggerirono quella conformazione urbanistica, ma come per fraternità affettuosa.
Questo pensiero sarà comunemente condiviso?
E se il suono, anzi la voce o un richiamo, risuona tra quel gruppo di case antiche, arroccate che guardano insieme verso il mare e le colline, perché non possiamo desiderare che non sempre si pensi  al profitto, all'invidia, al prevalere, all'interesse tra persone ben più vive di quelle case?
Ormai è entrata nel comune lessico (o dovremmo dire citazionismo) la straordinaria e emozionante riflessione di Cesare Pavese, da "La luna e i falò" e che esprime insieme amore e disincanto: "«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». 
Se un borgo suscita queste riflessioni ed emozioni non dovremmo, anche noi, sentire che in quel  il gusto di andarsene via  c'è insieme la voglia di tornare, quella struggente ansia di essere atteso anche quando nemmeno i tuoi cari possono risponderti, ma riposano sereni proprio poche case più in là?

Eppure è vero che tra quelle mura e quei vicoli, come nelle colline che si distendono fino all'Adriatico
"
c’è qualcosa di tuo" .
Eh no, noi come quelle case siamo fatti per capirci e parlarci, ed è solo l'ignoranza non certo quella delle cose e dei saperi, l'ignoranza dei sentimenti, quel non sapersi lasciare andare oltre la materia, di cui ahimè siamo in parte fatti, che ci rende diffidenti. 
Invece quelle case là, né belle né brutte, ma così vere e resistenti, strette strette nella soave sera che scende per tutti, sono là a ricordare e suggerire: non siamo fatti per l'istinto materiale, ma per capirci e comunicare lasciando che il flusso dei sentimenti buoni ci attraversi ed esprima un comune messaggio e che per ascoltarlo valga la pena di attraversare anche i monti e le colline o perfino il mare.








venerdì 27 gennaio 2023

In attesa

 

                                           Appennino

A gradini i colori seguono i passi

di gennaio,  così come nel tempo

trascolorano e vanno

il rigido pensare insieme agli anni

 ammainati:

vele risolte in bianco.

 

E tutto è cielo

La coltre è senza sonno 

senza voce.

 

É muta la natura come attesa

alla ragione che esca dal letargo.

 

 

 

lunedì 16 gennaio 2023

In fuga

 

Torni e ritorni

Luce schizzata che gli occhi mi abbagli

lampeggi e illumini

tratti di smorfie di odio e di sbagli

torni e ritorni lontano mi scagli

polvere e vento,

spacchi il respiro mi strappi l'anima

soffochi piano nel mio tormento.

Volo lontano, parole di vento,

 

Lontano, non vedo, non voglio vedere.


(Mariaserena)



martedì 2 agosto 2022

Parole d'inni e infanzia

 

Che nascosto nei misti civeli  cantavo così, storpiando le parole e perciò senza capire cosa significasse, inginocchiata nel banco della chiesa dei Cappuccini, abitavamo a Viterbo, mentre seguivo il momento più solenne della funzione del pomeriggio e, mentre il prete alzava l’ostensorio dorato con l’ostia circonfusa da tanti raggi di metallo, pensavo che non capire facesse parte del mistero.
Di pomeriggio quando il campanile chiamava coi suoi rintocchi la mamma ci metteva i vestiti da fuori, quelli per uscire e, indossato il cappotto e calcato il cappellino di velluto blu, mi avviavo con mia sorella.
Odiavo quel cappellino blu come detestavo tutti i cappelli, quello aveva delle bande di maglia che scendevano lateralmente a coprire le orecchie e si allacciavano sotto il mento. Sento ancora le mani di mamma che me le allacciava, bello fermo. Con un fiocco. 

Scendevamo i tre piani di scale di corsa e via, fuori.
Era sempre bello uscire nel pomeriggio. Appena girato l’angolo della palazzina sfilavo dalla testa il cappello lasciando annodati i due nastri di maglia, lo tenevo sul braccio facendolo ruotare libera e felice.
L’ultimo tratto di strada verso la chiesa era in salita e s’incontravano altri bambini.
E poi dentro, nella navata, dove ci aspettava Padre Virgilio, un frate alto e simpatico. L’unico sopportabile. Ci divideva maschi e femmine in due file separate nei banchi. Dovevo rimettere il cappello perché in chiesa ci si copriva il capo. Seduti, in piedi, in ginocchio a seconda del momento e delle occhiate di una suora sorvegliante seguivamo un po’ sì un po’ no ma sempre rispettosamente e a volte bisbigliando piano tra noi. La suora recitava la preghiera del Rosario coi suoi misteri diversi giorno per giorno, seguivano le litanie e poi il sacerdote iniziava il rito dell’adorazione. I chierichetti dondolavano il turibolo coi grani fumanti di incenso. Mi dispiaceva un po’, ma non osavo nemmeno pensarlo, che solo ai maschi fosse concesso di farlo. L’incenso odoroso pervadeva l’ambiente, era il momento dell’Inno.
“Inni e canti sciogliamo o fedeli!”  e poi attendevo senza fretta ma curiosa la frase misteriosa: “che nascosto nei misti civeli”.
Solo dopo tanti anni, ripensandoci, ché allora di pensieri ne avevo molto diversi, ho capito che la scansione corretta delle parole: “nei mistici veli”. Quasi mi è dispiaciuto come fosse perso il senso, divenuto meno misterioso, e non fosse più suggestivo
Cantavo convinta i “civeli”, le perplessità di quel tipo allora non mi riguardano.
Era l’ora del tramonto e il cielo cambiava colore scegliendo il turchese e poi l’arancio, l’aria si faceva  ancora più fredda per la tramontana;  via dunque senza indugiare perché bisognava ritornare a casa.
Saltellando giù per la discesa c’era ancora il tempo però per chiacchierare con gli altri bambini, per ridere di niente, per esser felici con niente, per tenere l’antipatico cappellino sottobraccio ruotandolo, ancora allacciato dai nastri di maglia blu, come un’elica diseguale, come fosse un giocattolo.
Com'era bella la mia infanzia.



sabato 18 dicembre 2021

A MANO


Con una penna docile io scrivo

e scrivo senza ticchettio di tasti

con una penna verde e nera, e basta

a dire d’ogni solco che respiro.

 

(Mare che ti sospinge e ti raggiunge

sono onde dondolanti blu su bianco

onde che t’allontanano dal canto

mare che non raggiungi e ti respinge.)

 

Come pioveva allora, e come piove

su questa lunga pagina l’inchiostro.

Macchie sbavate in lunghe fila nuove

di parole in ricerca, e il senso è vostro.

Mariaserena


Lo specchio e

 Lo specchio. Oramai siamo ai ferri corti. Lo guardo male, e mi risponde scrutandomi accigliato. Eppure mi succedeva, non so più quanto tempo fa di intrattenere con lui rapidi scambi di sguardi amichevoli o perfino complici.


Mi specchiavo un po’ dovunque, ero così giovane. Ricordo quella volta che lui mi rispose sorridendo, era uno di quelli obliqui e sospesi sul banco frigorifero di un supermercato. Avevo fretta,  naturalmente, e lo vidi per caso cogliendo un’espressione seria ma distesa. - Ciao, non ti ho mai visto così bella - dissi all’immagine che si sorprese andandosene, incredula tuttavia. Era un tempo in cui trovavo il tempo di pettinare i miei capelli lunghissimi e lo specchio era paziente mentre, con le mollette e le forcine  sparse sul piano della toeletta, sceglievo un pettine, poi un altro pettine con la coda, poi fissavo dei pettinini e con un movimento a spirale attorcigliavo la lunga coda nello chignon non trascurando le ondulazioni che alzavo sulla fronte.
Era un tempo lontanissimo e forse è meglio non ricordarlo.
Puntare, da donna, tutte le mie fiches soltanto sulla giocata dei doveri, famiglia e lavoro a scuola, mi ha fatto forse vincere nel passato, ma non mi offre altre mani di gioco per affrontare il presente.
Quella giocata mi sembrò così giusta e appropriata ieri e tanto quanto oggi invece mi sembra modesta, come accade se si ritaglia una figura da un’immagine e se ne scarta lo sfondo ossia la prospettiva.
Vivere essendo utili e, in certi momenti, addirittura indispensabili agli altri, per quanto amatissimi, non serve a creare strumenti utili a se stessi. E nella cassetta dei miei attrezzi non solo non trovo più né uno specchio che mi sorrida né le amate forcine: rovisto nel fondo con poca voglia e poca convinzione.
Da utili si diventa inutili? Spero solo poco inutile.
E continuo a non farmi del bene.


domenica 3 gennaio 2021

sale la strada

 

Ad altro,


tra  passi affrettati,

tra spinte di gomiti

aguzzi

feroci richiami



sospingono.

Non conta il tuo passo

non conta,

il respiro sospeso,

affrettato o sorpreso

da ostacoli e inganni.

 

Il sogno riprenda e

rallenti.

Chimera ti spinge,

ma ancora più spesso rallenti.

 

Da fermo  riprendi

E riafferri quel soffio

che è tuo,

Chimere abbandoni,

insegui il tuo canto

tra i sassi,

il tuo passo,

più duri e leali compagni,

più aspri e più veri.

 

A gomito sale la strada,

di rocce nebbiose

e resine antiche.

Riprendi il tuo passo.

Ed il tempo.

mercoledì 30 dicembre 2020

Pure ci sarebbe almeno

luna wp

Se non ci fossero più occhi che contemplano la notte
né case bagnate da un fiume che trasporta
le replicate melodie ascoltate delle terre
lentamente attraversate,

e se non nascesse più la Luna
ad addolcire i sospiri e le lacrime
di noiosi poeti
che si ostinano a piangere per l’amore,
come quei mesti Pierrot
che vivono per lacrimare,

e se pure non ci fossero
abbastanza stelle
a illudere che altrove,
sì forse ci sia pace
e solenni giuramenti alla vita,

pure ci sarebbero almeno
una gonna fiorita e luminosa
e una testa pensosa e china;

e ci sarebbe quel gesto
che accarezza la musica
e la sprigiona dal legno,
dall’acqua, dalla notte,
dal sangue
o dalla vita
che la toglie al suo tempo.

(Maria Serena Peterlin)

martedì 28 aprile 2020

L'ignoranza, un brutto articolo

Noventa Vicentina negli anni cinquanta


Avevo uno zio proprietario di una affascinante merceria nel paese veneto di origine della mia famiglia, Noventa Vicentina. Lo chiamavano "il Moro", e per noi era "Lo zio Moro" .
La sua era  merceria di quelle di una volta, dove si potevano trovare, tra i tanti articoli, migliaia di bottoni di vera madreperla, guarnizioni, passamanerie, gros grain, foderami e meravigliose seterie di Como che, arrotolate su negli alti scaffali di legno componevano quadri geometrici in sfumature luminose di colore. Lo zio aveva gli occhiali, i capelli grigi e un fare ironico e burbero. Mia mamma, che cuciva per sé e le figlie, passava ore a scegliere senza fretta le sete, le guarnizioni, i bottoni. 
E nonostante le lunghe attese io bambina non mi annoiavo. Vicino c'era un negozio con scritto sopra "drogheria" da dove arrivavano profumi di cannella e noce moscata e caramelle alla menta.
Però quello che ricordo meglio di tutto è una sorta di sentenza pronunciata dallo zio mentre svolgeva e riavvolgeva i grossi rocchetti di stoffa per qualche incontentabile cliente:
"Il più brutto articolo è l'ignoranza".
E ancora oggi penso che tante ore in attesa che mamma scegliesse, e caso mai mi concedesse un sacchettino di ginevrini comprati per premio nel negozio accanto, valevano l'aver ricevuto in eredità non certo il negozio, ma quella frase che stigmatizzava le clienti che si fingevano scontente per non acquistare: l'ignoranza.
Non si compra, non si vende: ma c'è chi la coltiva e pretende anche di drappeggiarsene con vanto, nemmeno fosse l'impalpabile seta di Como che, temo, molti non sappiano o immaginino nemmeno più quanto fosse assurdamente speciale come lo zio Moro, del resto.

venerdì 11 ottobre 2019

2003: Un Natale in arrivo



Un Natale di Profi

Di solito il Natale coglieva Profi di sorpresa perché fino alla mattina del 23 dicembre era ancora immersa nei suoi pensieri scolastici: i compiti da correggere, le lezioni da preparare, gli argomenti e le strategie con cui convincere i suoi ragazzi a venire alle interrogazioni (... non le piacevano costellare il suo registro con le "i" di  impreparato).
Era per questo che, pur accorgendosi che le strade e i negozi si addobbavano con tutti i segni dello scintillante incombere del Natale, lei continuava a pensare che ci fosse ancora tempo.

A Profi, che di solito si mescolava volentieri alle persone a al traffico, l'atmosfera prenatalizia che contagiava uomini e cose sembrava troppo frenetica e poco sincera per cui cercava di ignorarla, si convinceva di poter aspettare ancora  a partecipare alla baldoria dei panettoni e arrivava perfino ad evitare i supermercati troppo sfacciatamente festivi per riscoprire i superstiti piccoli negozi di quartiere o, alla peggio, le scorte accantonate nel suo congelatore.
Quel giorno di dicembre però, alzatasi presto come al solito, aprì la finestra e sentendo sul viso un'aria molto più fredda dei giorni precedenti alzò gli occhi verso l'alba striata di grigio e rosa; osservò i primi raggi che cercavano di trafiggere inutilmente gli spessi nuvoli e riuscivano solo a disegnarne i contorni e vide l'ultima stella che pulsava, metallica e lontanissima mentre accennava a spegnersi: - sembra un cielo da Presepio...-  pensò imprudentemente, e non ebbe più scampo.
Subito capì l'errore e cominciò a rimproverarsi da sola: cosa ti viene in mente! ma che Presepio! Questa è una di quelle mattine in cui si avrebbe diritto di ricacciarsi subito a letto e bersi piano piano il caffè, poi riavvolgersi nella posizione più comoda a leggere fino a tardi invece di buttarsi fuori, salire in macchina, guidare
fino a scuola, e varcare la porta della classe sullo squillo della campanella mentre gli studenti si sono già imboscati al bar o trascinano i piedi lungo i corridoio o addirittura cominciano ad arrivare con venti minuti di ritardo maledicendo la loro sorte mentre tu tenti di sottometterli intrecciando discorsi alati sul sonetto petrarchesco!

Sui tetti e le terrazze c'erano anche i gabbiani che, sfuggiti dal litorale in tempesta si erano rifugiati sui palazzi di Roma: ciascuno di loro si era istallato su una delle fitte antenne lanciavano lunghe grida irrequiete e irreali.
I pioppi e le robinie, lungo la strada, mostravano un aspetto insolito perché, lungamente bagnati dalla piogge che avevano imperversato ininterrottamente da settembre in poi, avevano sui rami ancora quasi tutte le foglie che ora  erano diventate di insolito colore marrone e, mezze fradice e pesanti, pendevano senza riuscire a staccarsi
Profi continuava a guardava dall'alto della sua finestra e vedeva nel cortile della scuola elementare di fronte ciliegi da fiore con le foglie smaglianti e dorate nonostante i grigiore dell'alba senza sole e i tigli dai rami venati e rugosi; poi più in là quattro pini mediterranei che sembravamo piumini per la polvere, ma non riuscivano a toglierla dal cielo dove passava un lunghissimo nastro nero che si intrecciava allargandosi, si gonfiava e si rimpiccioliva di nuovo in lunghe linee, erano gli storni che arrivavano puntuali in città.
Ma era comunque tempo di Natale, albero e presepio. Non c’era scampo.

mercoledì 6 febbraio 2019

Sintomi e segnali



Un merlo già fischia

su rami ancora stenti,


ma sboccia la mimosa

ed Inverno si scuote

raccogliendo zimarre.

Cerca casa quel merlo 

segno che Primavera


già sbadiglia un sorriso:

sintomatico risveglio.


(ma tutto questo chi lo sa)

lunedì 3 settembre 2018

Quel tempo passato a scuola


1. Lezione sul Cantico delle Creature

E' giovedì ed è la settima ora. Come dire l'ultima spiaggia. Come dire un brandello di lezione da agitare a mo' di saluto prima della partenza verso casa, come dire "ci dovrebbero ringraziare i professori che siamo qui da sei ore e non abbiamo ancora incendiato la scuola, mica vorranno anche far lezione per davvero?"
Invece proprio perché la classe non si trasformi in un centro sociale autogestito entro nell'aula seria ed annuncio:
- Ragazzi la lezione di oggi sarà seguita da una verifica scritta sugli stessi argomenti che spiegherò.
Una delle Silvie alza la testa dal banco dove era impegnata riordinare il bagaglio scolastico in previsione dell'uscita e: 
-Come come? - Chiede incredula.
- E' molto semplice. Spiegherò un argomento e su questo stesso ci sarà un compito.-
- Che è? Per farci stare attenti per forza?-  Interviene Riccardo con la solita aria schifata.
- Anche, ma soprattutto vorrei verificare la vostra capacità di ascoltare!-
- Come sarebbe a dire, che siamo sordi?- Aggiunge Edoardo che ha capito, come sempre, tutto.
- Ma che stai dicendo... - rispondo cercando di non innervosirmi - Ad esempio, quando spiego non guardate mai verso di me, non chiedete spiegazioni e sembra che non capiate nulla...-
- Però non è vero! sentiamo tutto, ma che oggi è arrabbiata per caso? - Aggiunge Luca.
Luca è un estenuante seguace di Vasco, si stava già per alzare dal banco chiedendo per la trentanovesima volta nella mattinata - ...posso uscire? - Indossa il solito trendissimo cappellino stile militare (del tour "Buoni o Cattivi live 2005"), una maglietta verdognola disegnata da una bambolona svestita color lamè, i pantaloni a mezz'asta e due palmi di mutande nere che sbucano dai calzoni indossati bassissimi. Per di più ostenta l'aria da  "..Io so' io e voi siete … voi”, della serie "Rientro adesso dal mega rave alternativo e non c'è più niente al mondo che possa stupirmi; ringraziatemi per essere tra voi".
- Ma insomma! -  Sbotto, e tento di alzare la voce, che però fa cilecca a causa di una affezionatissima tracheite che non può più fare a meno di me; allora picchio la mano sulla cattedra per richiamarli, ma solo un paio di teste si girano lentamente.
- Insomma non perdiamo altro tempo! fin dalle elementari vi avranno parlato delle quattro abilità di base: ascoltare, parlare, leggere, scrivere....
- Seeee, io preferisco un'altra "abilità...": dormire! - aggiunge da dietro uno zaino la voce soffocata di Alessio: -Nun ce sta gnente de mejo che dormì! -
- Su questo non avevo dubbi, però ti devi adattare: dunque prendiamo il testo!
- Ma prof è la settima ora!-
- La settima è un'ora come un'altra, non ho fatto io questo orario. Dunque, la Lauda medievale è...-
- Ferma, non cominci, a questo punto, se lei fa sul serio, ci vuole il quaderno! - dice la prima Silvia che si alza e raggiunge il primo banco; vi si spalma di traverso, per quanto è lunga, sul piano verde e prende una penna per scrivere.
- Pronta prof, ora può cominciare!-
- La Lauda medievale è una forma di poesia religiosa, in volgare, che permetteva a tutti i fedeli di pregare insieme,  il del Cantico delle creature di San Francesco è ...
- Ma che è quello de chiesa? - 
- Che vuoi dire? -
- San Francesco ha detto no? Quello di "fratello sooooleeee!" se ne esce Riccardo.-
- Beh sì, insomma; quello che tu citi è tratto dal Cantico di San Francesco.-
- E allora chi va in chiesa è avvantaggiato... Io in chiesa non ci vado mai. - Sbotta fierissimo un altro. -
- Adesso basta, avete esagerato! Spiego il testo, e se stai attento potrai fare il compito come  tutti, altrimenti...!-
- Ma ci dà un quiz a crocette? - Riattacca Riccardo
- Sì sì la prego prof a crocette! -  aggiunge Silvia che rilancia la provocazione.
- Non assegno mai dei compiti di letteratura con il test a scelta multipla!
- Crocette! Crocette! Crocette! Crocette! Le crocette so' 'na ficata! - urla la classe
- Niente da fare: vi darò un foglio con il testo e con delle domande aperte. -
- Allora ci vuole fare andare male per forza!-
- Basta! Vi ripeto che se state attenti sarà facile.-
- E chi oggi manca e non sente la spiegazione?- 
- Per chi è assente provvedete voi a passare gli appunti e spiegate che ci sarà la verifica.-
- Prof posso andare al bagno?- (Ovviamente è Luca)
- Adesso? No. E fate silenzio! -
- A prof ! Daniele s'accolla! Lo vede? Je dica qualcosa! -
- E tu non ti girare di nuovo Silvia! -
- A prof ! ma non lo vede? E' Daniele che s'accolla! -
- Ragazzi mancano cinque minuti alle due, se fate così non riusciremo a terminare la spiegazione.
- E' per colpa sua prof, è lei che si interrompe in continuazione! Perché non spiega?- 
Ridacchia sempre il Luca seguace di Vasco.
- Silenzio!! Il Cantico delle Creature fu composto da Francesco d'Assisi in volgare umbro, si tratta di un componimento poetico o più precisamente di una prosa ritmica assonanzata, divisa in strofe irregolari...
-Assonanzata? 
- Infatti non ci sono vere rime, ma assonanze, vi ricordate vero? dovreste aver studiato metrica al biennio -
- Metrica? e chi non se la ricorda? Nessuno!! Non è giusto! Allora niente compito!-
- E allora compito. Comunque. La ripassate a casa. -