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| Crepuscolo di mareggiata © Maria Serena Peterlin |
Capì presto
che la sua attrazione per il mare non era quella per le onde, il vento, la
sabbia.
- Che
fai lì tutto il tempo?
E nemmeno
per la contemplazione struggente e banale di albe o tramonti, di lattiginosi
cieli stellati, di aranciati fuochi meridiani.
L'attirava
il respirare, l'ansimare, l'anelare; l'attraeva la forza espressa dalla marea,
lo ipnotizzavano gli scogli su cui capiva che i sogni potevano fracassarsi, o
vittoriosi proseguire, più forti.
Il mare gli
si apriva come una strada; e sapeva, con sicurezza, che ne avrebbe riconosciuto
ogni pulsazione come un ritmo che era anche dentro di lui: la sua vita.
Imbronciato
aveva fissato i suoi giochi da bambino: paletta, secchiello e soprattutto le
formine (così le chiamavano) che riproducevano stelle e cavallucci marini,
conchiglie e pesciolini.
Per
accontentare la mamma aveva provato anche ad usarle e impastato la sabbia con
l'acqua di mare, spolverato il fondo delle forme con altra sabbia asciutta, le
aveva riempite con il miscuglio inumidito e ben pressato, e rovesciate
battendole con forza per ottenerne delle figure. Ma le ridicole creature
sabbiose che ne uscivano si sbriciolavano: se lo meritano! Aveva pensato dentro
di sé, sono noiose e finte.
E piuttosto
immaginava e vedeva la vita nel fondali, dove stelle e cavallucci, conchiglie e
pesci danzavano nell'acqua e nel sale dando senso, origine e durata al loro
contrario: aria e luce.
Provava ad
immaginarsi sommerso da quel mare letto nei libri di scuola, ma di più nelle
favole. Allora tratteneva il respiro, si vedeva guizzante tra le altre creature
e prepotente e felice pensava che sì, per lui sarebbe stato possibile, forse
facile vivere anche là sotto; e che avrebbe fatto a meno della sensazione
diretta e violenta dell'aria e della luce purché tutto fosse ridotto
all'essenziale; e finalmente laggiù anche i rumori sarebbero stati spenti
e le paure avrebbero taciuto.
Intanto
trascorreva le ore seduto sull'orlo del confine tra acqua e sabbia; le gambe
distese che aspettavano le onde, appoggiato sulle braccia, allungate a compasso
all'indietro, con le mani sprofondate sulla rena asciutta e ancora calda.
Teneva gli
occhi chiusi e cercava di indovinare l'arrivo susseguente delle ondate, dei
colpi del mare.
Lo
riscuoteva la voce di qualche ragazzino come lui; solo allora si alzava e si
curvava come per togliere dalle gambe gli schizzi dell'acqua salata e nella
stessa posizione restava qualche istante: le mani sulle ginocchia, gli occhi
ancora connessi alla spuma che andava e veniva, il respiro ormai sincronizzato
su quella misura acqua-terra.
Però una
sera era rimasto talmente a lungo che la marea era risalita fino a circondarlo;
e lui per nulla impaurito si era lasciato andare mentre, quasi sdraiato tra acqua
e sabbia, afferrava per gioco qualche granchio disorientato che non riusciva a
riguadagnare il mare.
Il sole non
c'era già più e adesso le ombre avevano uno spessore più freddo e più limpido.
Si accorse
che non voleva tornare, e che voleva rimanere lì senza darsi un limite di
tempo, che voleva capire cosa si prova quando la linea del cielo si confonde
con quella delle acque, quando nel buio si alza il vento caldo della terra e
cerca di gettarsi tra le onde.
Voleva
essere lì e capire cosa si sente quando, assente la luce, non sono più i sensi
e la mente, ma sono solo il cuore e la pelle a captare e ricevere come un unico
esteso organo percettore.
Gli sembrò
che potesse arrivare quel momento, ed era anzi sicuro di aver capito il come,
il dove, il quando.
Avrebbe
ghermito lui quell'acqua infinita, superati quegli scogli e navigato sempre
verso occidente per raggiungere la sua meta.
Avrebbe
pilotato da solo e sarebbe riuscito ad approdare alla fine del viaggio.
E avrebbe
saputo di essere giunto quando la linea del cielo e del mare si fossero di
nuovo confuse senza più luce e il vento caldo della terra si fosse finalmente
placato nelle onde.
Nella sua
Isola.
- E
dai, vieni, giochiamo: abbiamo trovato un pallone!
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